Ricorso inammissibile della parte civile e spese all’imputato

Con questa sentenza della Quinta Sezione Penale appena depositata lo scorso 23.06.2021 è stato affermato il principio di diritto secondo il quale anche nel caso il ricorso della parte civile venga dichiarato inammissibile, l’imputato che ne abbia fatto richiesta ha diritto alla liquidazione della sua notula (principio generale di causalità e soccombenza). Mi pare di potere aggiungere che questo principio si applica quanto il ricorso venga deciso dalla sezione competente perché in caso di inammissibilità dichiarata dalla VII Sezione Penale non vi è attività defensionale da cui consegue che non vi sono di norma spese da rifondere.

Filippo Poggi

Motivazione sul riconoscimento della continuazione in fase esecutiva

Ennesima sentenza della Prima Sezione Penale della Cassazione che in questo caso ha annullato con rinvio l’ordinanza del Tribunale di Reggio Emilia in funzione di giudice dell’esecuzione.

Nel caso de quo il Tribunale non aveva motivato sugli indici evidenziati dalla difesa al fine di riconoscere il medesimo disegno criminoso e la volizione unitaria (in tutti i casi oltre ad atri era stato commesso il reato di truffa) e neppure considerata la possibilità che la Cassazione esige, di motivare sul riconoscimento parziale della Cassazione su gruppi di sentenze (nel caso reati commessi nell’arco di 7 anni).

Il PG aveva chiesto la dichiarazione di inammissibilità del ricorso.

Filippo Poggi

Giudice Esecuzione e aumenti per continuazione

La Prima Sezione Penale della Suprema Corte ha annullato con rinvio (sentenza depositata l’08.06.2021) l’ordinanza resa dal Tribunale di Forlì in funzione di giudice dell’esecuzione in quanto non è stato rispettato il principio di diritto secondo il quale il giudice ha l’onere di motivare su ciascun reato satellite per cui applica un aumento in continuazione. Nel caso di specie erano intervenuti due precedenti ordinanze di altri giudice dell’esecuzione che avevano determinato alcuni aumenti in continuazione, mentre il giudice forlivese rideterminava tali aumenti “in malam partem” per il condannato (il limite dell’aumento di pena non può mai essere superiore a quello determinato dal giudice della cognizione), tuttavia sempre il giudice dell’esecuzione deve motivare su detti aumenti specie quando siano già stato oggetto di valutazione di altro giudice dell’esecuzione con provvedimento ormai definitivo.

Filippo Poggi

Sospensione necessaria della sanzione amministrativa in attesa esito LPU

La Suprema Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza del GIP che nel patteggiamento non aveva disposto la sospensione (in attesa della valutazione dei LPU) della sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida, sospensione che deve essere sempre disposta per non vanificare in attesa della fissazione di udienza per l’estinzione del reato il possibile effetto premiale del dimezzamento della durata della sanzione amministrativa.

Filippo Poggi

Limiti della richiesta di rogatoria ad altro GIP

La Prima Sezione Penale della Cassazione ha risolto il conflitto negativo di competenza sollevato dal GIP di Forlì nel senso da questi proposto affermando la competenza del GIP di Modena a celebrare l’incidente probatorio e nello specifico l’audizione di un minore domiciliato nel Circondario del tribunale forlivese. La Suprema Corte ha affermato che il GIP delegato per l’incombente può sempre sindacare “l’impossibilita di assumere la prova nella circoscrizione del giudice procedente” e nel caso di specie Di conseguenza, sebbene il Giudice per le indagini preliminari delegato non avesse la possibilità di esaminare così approfonditamente il merito della questione, così come emerge dall’ordinanza che solleva il conflitto, poteva tuttavia interloquire sui punti concernenti l’urgenza dell’atto e l’impossibilità di esperirlo nel circondario del Giudice delegante: ciò che il G.I.P. del Tribunale di Forlì ha fatto con argomentazioni convincenti.

Filippo Poggi

La convalida del daspo e il termine dilatorio di 48 ore a difesa

In questa sentenza della Prima Sezione Penale che ha parzialmente annullato l’ordinanza del Tribunale di Forlì in funzione di giudice dell’esecuzione sono ribaditi e distinti i concetti di esecutività del titolo regolato dall’art. 670 c.p.p. (difetto di conoscenza legale) e remissione nei termini ai fini della impugnazione ai sensi dell’art. 175 c.p.p. (divergenza tra conoscenza legale e conoscenza effettiva). In una delle sentenza de quibus la Suprema Corte ha ritenuto corretto il giudizio in ordine alla formazione del titolo esecutiva ma annullato l’ordinanza in punto di diniego di remissione nei termini in quanto nel caso di specie la conoscenza da parte del condannato nel corso del procedimento l’avvenuto arresto in quanto solo la conoscenza della formale vocatio in iudicium si può ritenere valida ai fini della effettiva conoscenza del processo e della accusa contestata all’imputato anche alla luce del recente arresto della Sezioni Unite. Neppure è state ritenuta sufficiente per negare la restituzione nel termine l’elezione del domicilio presso un difensore di fiducia che successivamente aveva rinunciato al mandato in quanto atteso che tale presunzione presuppone la permanenza del legame professionale” (Cass. Sez. 5, n. 16330 del 20/03/2013, Rv. 254842),e il ricorrente va rimesso nei termini per impugnare.

Filippo Poggi

Esecutività del titolo e remissione in termini per l’impugnazione ai sensi dell’art. 175 cpp

In questa sentenza della Prima Sezione Penale che ha parzialmente annullato l’ordinanza del Tribunale di Forlì in funzione di giudice dell’esecuzione sono ribaditi e distinti i concetti di esecutività del titolo regolato dall’art. 670 c.p.p. (difetto di conoscenza legale) e remissione nei termini ai fini della impugnazione ai sensi dell’art. 175 c.p.p. (divergenza tra conoscenza legale e conoscenza effettiva). In una delle sentenza de quibus la Suprema Corte ha ritenuto corretto il giudizio in ordine alla formazione del titolo esecutiva ma annullato l’ordinanza in punto di diniego di remissione nei termini in quanto nel caso di specie la conoscenza da parte del condannato nel corso del procedimento l’avvenuto arresto in quanto solo la conoscenza della formale vocatio in iudicium si può ritenere valida ai fini della effettiva conoscenza del processo e della accusa contestata all’imputato anche alla luce del recente arresto della Sezioni Unite. Neppure è state ritenuta sufficiente per negare la restituzione nel termine l’elezione del domicilio presso un difensore di fiducia che successivamente aveva rinunciato al mandato in quanto atteso che tale presunzione presuppone la permanenza del legame professionale” (Cass. Sez. 5, n. 16330 del 20/03/2013, Rv. 254842),e il ricorrente va rimesso nei termini per impugnare.

Filippo Poggi

Motivazione del sequestro preventivo anche in funzione di confisca – maltrattamento animali

In allegato la motivazione della sentenza della Terza Sezione Penale che ha annullato con rinvio l’ordinanza del Tribunale di Ravenna in funzione di giudice del riesame.

La Suprema Corte ha accolto entrambi i motivi di ricorso, rammentando quali sono gli oneri motivazionali in caso di sequestro preventivo anche in caso di maltrattamento di animali per cui è prevista la confisca obbligatoria salvo il caso che l’animale appartenga a persona estranea al reato (nel caso di specie non era stato provato alcun collegamento soggettivo a carico dell’indagato oltre alla mera proprietà di cani ai quali era stata praticata la caudotomia).

Filippo Poggi

Indici di valutazione per il riconoscimento della continuazione in fase esecutiva ex art. 671 cpp

In allegato la motivazione della sentenza appena depositata della Prima Sezione Penale che ha annullato parzialmente l’ordinanza del Tribunale di Forlì che aveva riconosciuto solo in parte la continuazione tra reati commessi da soggetto asseritamente tossicodipendente. La Cassazione indica esattamente gli indici cui il giudice deve fare riferimento e sui quali deve espressamente motivare ai fini del rigetto della continuazione in fase esecutiva (nella fattispecie il giudice dell’esecuzione non aveva tenuto conto che il condannato in sede di cognizione era stato condannato per fatti posti in continuazione nello stesso arco temporale). Lo status di tossicodipendente deve essere adeguatamente comprovato e su questo specifico punto, invece, il ricorso della difesa è stato rigettato.

Rinvio al Tribunale di Forlì in persona di altro giudice per nuovo esame.

Filippo Poggi

Il contraddittorio differito nella decisione sulla liberazione anticipato – Necessità della nomina di un difensore anche di ufficio in vista del reclamo al TS

In questa sentenza della Sezioni Unite appena depositata è stato rafforzato il contraddittorio nella fase esecutiva avanti alla magistratura di sorveglianza.

Il tema era quello del reclamo avverso il provvedimento del magistrato di sorveglianza che rigetta la richiesta di liberazione anticipata proposta dal condannato o dagli altri soggetti legittimati.

L’orientamento praticamente dominante era quello per cui il provvedimento di rigetto in caso di mancata nomina di un difensore di fiducia, doveva essere notificato al solo condannato.

Le Sezioni Unite valorizzando il richiamo all’art. 127 c.p.p. e l’interpretazione sistematica della norma hanno invece stabilito che in questo procedimento a contraddittorio differito, in caso di rigetto della istanza l’ordinanza deve essere notificata al difensore e se questo manca deve esserne nominato uno di ufficio con la conseguenza che trattandosi di impugnazione in senso tecnico il termine per il reclamo scade dopo 10 giorno dall’ultima delle notifiche. La decisione è stata assunta con la parere conforme della Procura Generale della Cassazione.

In quanto impugnazione il reclamo deve essere specificamente motivato ai sensi dell’art. 581 c.p.p. e per questo anche necessità che il condannato debba avere l’assistenza tecnica del difensore, anche  se questo reclamo come gli altri atti può essere sottoscritto personalmente dal condannato. La decisione sul reclamo spetta la Tribunale di Sorveglianza del cui collegio non può fare parte il magistrato che ha emesso il provvedimento oggetto di reclamo (argomento a favore della classificazione del reclamo quale mezzo di impugnazione).

La pronuncia stimola qualche considerazione più generale sulla impossibilità di ridurre il processo penale a quello civile anche per quanto riguarderà il nuovo processo telematico che in queste settimane è causa di gravi disfunzioni che incidono sul diritto di difesa: nel processo penale c’è uno spazio per l’autodifesa dell’indagato/imputato/condannato che è impensabile nel processo civile dove gli atti sono tutti compiuti a mezzo dei procuratori delle parti. Nel processo penale in buona sostanza l’imputato può fare quasi tutto anche da sé senza l’assistenza del difensore: tranne il ricorso per cassazione e gli interventi orali di fronte al giudice e l’esame dei testimoni, può impugnare le sentenza in appello, depositare liste testi, impugnare le ordinanza de libertate, chiedere revoche e modifiche delle misure cautelari ex art. 299 c.p.p. insomma l’assistenza tecnica è necessaria ma resta e per fortuna un grandissimo spazio assicurato alla auto difesa presidiato dall’art.111, comma 3 Costituzione che renderà sempre complessa la creazione di un processo penale telematico.

Filippo Poggi

Bozza DL Covid 31/03/2021

In allegato la bozza di Decreto Legge in forma sostanzialmente definitiva che sarà pubblicato sulla GU di oggi 1/04/2021 con efficacia immediata.

Intanto tutti i termini per la legislazione processuale emergenziale vengono differiti al 31/7/2021 quindi occorre richiedere la celebrazione in presenza dei giudizi di appello o di fronte alla Corte di Cassazione nei termini previsti (art. 6).

In tema di depositi del Portale degli atti Penale viene previsto come espressa causa di remissione in termini ex art. 175 c.p.p. il malfunzionamento del Portale certificato dal DGSIA ma viene prevista anche una generale possibilità per i Procuratori della Repubblica di autorizzare depositi in cartaceo quando delle specifiche condizioni locali lo rendano necessario.

Importante modifica in tema di deposito atti del Portale: La nuova norma risulta così formulata: Il deposito è tempestivo quanto è eseguito entro le ore 24 del giorno di scadenza. Il deposito degli atti si intende eseguito al momento del rilascio della ricevuta di accettazione da parte dei sistemi ministeriali secondo le modalità stabilite dal provvedimento.

Viene espressamente prevista la possibilità di chiedere la trattazione in presenza dell’appello cautelare ex art. 322-bis c.p.p.

E’ previsto lo scudo penale per coloro che somministrano il vaccino Covid purché nel pieno rispetto di tutta la normativa di settore. I fatti di cui agli artt. 589 e 590 del codice penale in quei casi non sono punibili restano naturalmente i profili risarcitori civilistici (art. 3).

Obbligo vaccinale per tutti gli operatori sanitari a contatto col pubblico (tutti gli esercenti professioni sanitarie compresi farmacisti e liberi professionisti di studi privati) in mancanza di vaccino il dipendente può essere trasferito anche a mansioni inferiori oppure se questo non è possibile viene messo in aspettativa senza stipendio fino al termine massimo del 31/12/2021 (art. 4). E’ prevista la segnalazione all’Ordine Professionale per la sospensione dell’iscritto.

Spetta al MMG attestare, con le responsabilità che ne conseguono, che vi sono patologie che impediscono al dipendente o comunque all’esercente una professione sanitaria di vaccinarsi.

Filippo Poggi

Estensione al convivente more uxorio della esimente ex art. 384, comma 1 del codice penale

In questa sentenza delle Sezioni Unite dalla prosa nitida e rigorosa dell’Estensore Giorgio Fidelbo che appaga il piacere intellettuale di chi legge e soddisfa nelle conclusioni raggiunte dalla Corte, viene da pensare che abbiamo, allo stato almeno, perso un grande giudice costituzionale che avrebbe integrato una Consulta in questo momento in preoccupante deficit di penalisti.

Le Sezioni Unite giungono alla conclusione che l’art. 384, comma 1 del codice penale si applica anche al convivente more uxorio.

Molto complesso e ricco di riferimenti interni e convenzionali il percorso argomentativo della Corte Suprema, che spesso deve toccare questioni proprie anche del diritto di famiglia.

Innanzitutto va ricordato che la conclusione della Corte condivide e fa proprio l’orientamento finora minoritario nella giurisprudenza di legittimità e va di contrario avviso alle conclusioni rassegnata dal Procuratore Generale nella persona dell’Avvocato Generale Pietro Gaeta un giurista di notevole livello.

Nel caso de quo non era applicabile l’art. 384, comma 2 del codice penale che tutela già anche il convivente more uxorio per effetto della sentenza Corte cost. n. 416/1996, in quanto si trattava di vicenda in cui a seguito di incidente stradale l’imputata aveva riferito di essere alla guida di veicolo scontratosi con altro per proteggere il convivente datosi alla fuga e con patente di guida revocata (le dichiarazioni dell’imputata in quel momento non potevano essere precedute da alcun avviso ed erano state rilasciate a fini essenzialmente risarcitori, da cui l’imputazione di favoreggiamento personale).

In seguito è riportata in parte qua la motivazione della sentenza della Seconda Sezione 30.04.2015 n. 34147/2015, Agostino che aveva concluso nello stesso senso ed era la più riccamente argomentata tra quelle dell’orientamento minoritario che riteneva applicabile la causa di non punibilità al convivente more uxorio.

Le Sezioni Unite hanno affrontato e risolto molti ostacoli ed obiezioni anche assai serie per giungere alla conclusione di cui si è detto.

Le Sezioni Unite prendono atto delle distinzioni operanti a livello interno e convenzionale tra famiglia legittima tutelata dall’art. 29 Cost. e famiglia di fatto tutelata dall’art. 2 Cost. e dal fatto che gli ordinamenti interni anche ai sensi dell’art. 8 e 12 della CEDU hanno ampia facoltà di trattare e regolamentare diversamente la famiglia legittima e quello di mero fatto (diritto interno e convenzionale sul punto non sono affatto in frizione tra loro e consentono perfettamente di non equiparare la famiglia legittima con quella di fatto).

La Corte Suprema in motivazione valorizza la previsione dell’art. 9 della Carta di Nizza ormai vincolante per gli Stati della UE, che prevede il diritto di formarsi una famiglia nonché quello “di sposarsi” tutelati come libertà fondamentali riconosciute dal diritto Eurounitario e che contribuiscono ad attribuire pari dignità ad ogni forma di convivenza.

Una obiezione sollevata dalla Procura Generale era quella della impossibilità di applicare analogicamente una norma eccezionale come quella di cui all’art. 384, comma 1 del codice penale senza violare l’art. 14 delle Preleggi.

Le Sezioni Unite replicano che l’art. 384 c.p. non prevede una causa di non punibilità o una causa di giustificazione, ma in accordo con la migliore Dottrina, una causa di esclusione della colpevolezza.

In buona sostanza vi è un comportamento ritenuto inesigibile da parte del consociato collegato al fondamentale principio del nemo tenetur se detegere. Tra l’altro la norma sostanziale va letta in strettissima connessione con l’art. 199, comma 3 c.p.p. norma che a sua volta funge criterio interpretativo della norma sostanziale.

Una volta escluso che la norma di cui all’art. 384, comma 1 c.p. rappresenti una causa di non punibilità in senso stretto, nulla impedisce che la stessa possa essere applicata analogicamente in bonam partem (non hanno carattere eccezionale le norme di esclusione della colpevolezza) in quanto l’art. 25 Cost. prevede un divieto assoluto di analogia penale in malam partem.

Del resto identico è il conflitto interiore e l’inesigibilità del comportamento alternativo tanto per il coniuge che per il convivente more uxorio (convivenza che deve essere rigorosamente provata nel processo).

Filippo Poggi


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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Antonio – Presidente –

Dott. IANNELLI Enzo – Consigliere –

Dott. BELTRANI Sergio – rel. Consigliere –

Dott. CARRELLI PALOMBI Roberto – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

 

35.6.3. Il terzo motivo è fondato.

35.6.3.1. Può ritenersi pacificamente emergente ex actis che R. A. fosse convivente more uxorio del coimputato P.D. (cfr. per tutti, f. 489 s. e 534 ss.).

35.6.3.2. E’ noto al collegio che, ai fini della determinazione dei “prossimi congiunti” (art. 307 c.p., comma 4) cui può essere applicata la causa di non punibilità prevista dall’art. 384 c.p., comma 1, in relazione ad alcuni reati contro l’amministrazione della giustizia, tra i quali quello contestato all’imputata, la dominante giurisprudenza di legittimità, con l’autorevole avallo di quella costituzionale, continua a far riferimento alla sola famiglia legittima, escludendo la possibile rilevanza della convivenza more uxorio: il principio è stato, ad esempio, ribadito da Sez. 6^, sentenza n. 35067 del 26 ottobre 2006, CED Cass. n. 234862, per la quale “non può essere applicata al convivente more uxorio resosi responsabile di favoreggiamento personale nei confronti dell’altro convivente la causa di non punibilità operante per il coniuge, ai sensi del combinato disposto dell’art. 384 c.p., comma 1, e art. 307 c.p., u.c.; il che manifestamente non si pone in contrasto con i principi di cui all’art. 3 Cost., avuto anche riguardo a quanto già affermato dalla stessa Corte costituzionale con pronunce n. 124 del 1980, n. 39 del 1981, n. 352 del 1989, n. 8 del 1996, 121 del 2004″.

35.6.3.3. La Corte costituzionale (sentenze n. 352 del 1989, n. 8 del 1996 e n. 121 del 2004) ha reiteratamente negato l’illegittimità della mancata equiparazione, ai fini che qui interessano, del coniuge al convivente more uxorio, sia perchè la censura fondata sull’irragionevolezza della mancata equiparazione dovrebbe mirare ad una decisione additiva che implicherebbe l’esercizio di potestà discrezionali riservate al legislatore, sia perchè esistono, nell’ordinamento, ragioni costituzionali che giustificano un differente trattamento normativo tra i due casi, trovando il rapporto coniugale tutela diretta nell’art. 29 Cost., mentre il rapporto di fatto fruisce della tutela apprestata dall’art. 2 Cost. ai diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali, con la conseguenza che ogni intervento diretto ad ottenere una disciplina omogenea delle due situazioni rientra nella sfera di discrezionalità del legislatore.

35.6.3.4. La prima decisione in argomento (Corte Cost., sentenza n. 237 del 1986), pur risolvendo negativamente la questione, aveva peraltro ammesso che “un consolidato rapporto (come la convivenza more uxorio), ancorchè di fatto, non appare costituzionalmente irrilevante se si abbia riguardo al riconoscimento delle formazioni sociali ed alle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche (art. 2 Cost.) e ciò tanto più se vi sia presenza di prole.

Siffatti interessi sono indubbiamente meritevoli, nel tessuto delle realtà sociali odierne, di compiuta obiettiva valutazione. Tuttavia, nel caso in questione, la eventuale parificazione della convivenza e del coniugio relativamente all’imputato art. 307 c.p., comma 4, trascenderebbe i ristretti termini del caso, coinvolgendo le altre ipotesi di reato ex art. 384 c.p. e altri istituti, di ordine processuale – la ricusazione del giudice, la facoltà di astensione dal deporre, la titolarità nella richiesta di revisione delle sentenze di condanna e di connesso esercizio dei relativi diritti, ovvero nella presentazione di domanda di grazia – nonchè la disciplina della separazione dei coniugi, con conseguente necessità di apprestare un’esaustiva regolamentazione comportante scelte e soluzioni di natura discrezionale, riservate al solo legislatore, al quale peraltro si rinnova la già espressa sollecitazione a provvedere in proposito”.

35.6.3.5. L’invito autorevolmente rivolto al legislatore dal Giudice delle leggi nel 1986 è rimasto sin qui inascoltato.

35.6.3.6. Nei medesimi termini si è articolato l’iter interpretativo dell’art. 649 c.p. (che prevede casi di non punibilità, o di punibilità a querela della persona offesa, per reati contro il patrimonio commessi in danno di congiunti) nella giurisprudenza di legittimità, anche in questo caso ferma nell’escludere l’estensione dell’istituto alle unioni di fatto (così, fra le tante, Sez. 5^, sentenza n. 34339 del 26 settembre 2005, CED Cass. n. 232253).

35.6.3.7. Ed analoghi sono stati i percorsi interpretativi seguiti dalla giurisprudenza costituzionale per escludere l’illegittimità della predetta disciplina, così interpretata, per la mancata equiparazione della convivenza more uxorio al rapporto di coniugio:

“non è irragionevole od arbitrario che – particolarmente nella disciplina di cause di non punibilità, quale quella in esame, basate sul “bilanciamento” tra contrapposti interessi (quello alla repressione degli illeciti penali e quello del valore dell’unità della famiglia, che potrebbe essere pregiudicato dalla repressione) – il legislatore adotti soluzioni diversificate per la famiglia fondata sul matrimonio, contemplata nell’art. 29 Cost., e per la convivenza more uxorio: venendo in rilievo, con riferimento alla prima, a differenza che rispetto alla seconda, non soltanto esigenze di tutela delle relazioni affettive individuali, ma anche quella della protezione dell'”istituzione familiare”, basata sulla stabilità dei rapporti, di fronte alla quale soltanto si giustifica l’affievolimento della tutela del singolo componente. Nè rileva in contrario la (peraltro non totale) parificazione del convivente al coniuge riguardo alla facoltà di astensione dalla testimonianza, operata dall’art. 199 c.p.p., non potendosi far discendere dalla norma così invocata dal giudice a quo come termine di raffronto un principio di assimilazione dotato di vis espansiva fuori del caso considerato” (Corte Cost., sentenza n. 352 del 2000; nel medesimo senso, in recedenza, sentenza n. 1122 del 1988).

35.6.3.8. Anche in questo caso, peraltro, la prima decisione che si era occupata della questione (Corte Cost., sentenza n. 423 del 1988), pur concludendo per l’infondatezza della sollevata questione di legittimità costituzionale dell’art. 649 c.p., per il rilievo che “la nor punibilità dei delitti contro il patrimonio commessi in danno del coniuge non legalmente separato si fonda sulla presunzione di esistenza di una comunanza di interessi che assorbe il fatto delittuoso, sicchè la mancata estensione della suddetta esimente alla diversa fattispecie della convivenza more uxorio – fondata sull’affectio quotidiana, liberamente e in ogni istante revocabile – non sembra contrastare con gli artt. 2 e 3 Cost.“, aveva precisato che tale restrittivo principio poteva in concreto operare soltanto “se (come nel caso oggetto del giudizio a quo sussistano atti concludenti che attestano la revocazione dell’affectio e dunque il venir meno della convivenza more uxorio”.

35.6.3.9. Non è apparso ammissibile, per risolvere il problema, il ricorso alla analogia in bonam partem, come isolatamente ritenuto, in relazione all’art. 384 c.p., da Sez. 6^, sentenza n. 22398 dell’11 maggio 2004, CED Cass. n. 229676 (per la quale “anche la stabile convivenza more uxorio può dar luogo per analogia al riconoscimento della scriminante prevista dall’art. 384 c.p.”).

Invero, come chiarito da autorevole dottrina, entrambi gli istituti in esame hanno natura giuridica di cause speciali di non punibilità, e come tali presentano carattere eccezionale che preclude l’ampliamento del loro campo di applicazione per analogia, in quanto le valutazioni politico-criminali poste a fondamento di essi sono “legate alle caratteristiche specifiche della situazione presa in considerazione e perciò non estensibili ad altri casi”.

35.6.3.10. La dottrina meno recente aveva considerato la convivenza more uxorio quale legame meno produttivo di effetti giuridici, rispetto al vincolo familiare legalmente costituito, evidenziando che da un rapporto posto in essere in difetto di un vincolo giuridico non possono derivare le conseguenze che solo dal vincolo dipendano.

Dopo oltre un decennio, preso atto che, nonostante i profondi mutamenti intervenuti nel costume sociale (“anche nelle espressioni semantiche che contraddistinguono il rapporto di coppia al di fuori del matrimonio, tante che si è passati dalla c.d. convivenza more uxorio alla famiglia di fatto”), il fenomeno continuava a non essere disciplinato, altra dottrina ha osservato che “se è tramontato l’atteggiamento repressivo o dispregiativo della società nei confronti dei c.d. conviventi ed in parte superato quell’atteggiamento di irrilevanza, non sempre si fa strada la “giustiziabilità” delle specifiche situazioni meritevoli di tutela (…). Anzi la rilevanza della convivenza può così sintetizzarsi:

da un lato si tende a negare definitivamente l’equiparazione della famiglia di fatto a quella legittima, dall’altro si conferisce rilevanza alla convivenza, specie per quanto attiene agli aspetti svantaggiosi o negativi”.

35.6.3.11. Quest’ultimo acuto rilievo trovava puntuale riscontro nelle interpretazioni giurisprudenziali (come si vedrà, non sistematicamente coerenti).

La configurabilità del delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) anche in danno del mero convivente more uxorio, e più in generale l’ampliamento della sfera della tutela penale apprestata dalla categoria dei reati contro la famiglia anche alle unioni di fatto, possono dirsi ormai pacifici in giurisprudenza da quasi cinquant’anni, a partire da Sez. 2^, sentenza n. 320 del 26 maggio 1966, CED Cass. n. 101563 (per la quale, “agli effetti dell’art. 572 c.p., deve considerarsi “famiglia” ogni consorzio di persone tra le quali, per intime relazioni e consuetudini di vita, siano sorti legami di reciproca assistenza e protezione: anche il legame di puro fatto stabilito tra un uomo ed una donna vale pertanto a costituire una famiglia in questo senso, quando risulti da una comunanza di vita e di affetti analoga a quella che si ha nel matrimonio”). Il principio è stato più volte ribadito, fino alla più recente Sez. 6^, sentenza n. 20647 del 29 gennaio 2008, CED Cass. n. 239726.

Secondo altro orientamento ugualmente pacifico, tuttavia, in tema di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, tra i redditi degli altri familiari conviventi facenti capo all’interessato, rientrano anche quelli del convivente more uxorio, poichè il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 76, comma 2, opera un generico riferimento alle unioni familiari, quale che ne sia la natura, e quindi anche a quelle di fatto (così questa Corte unanimemente, a partire da Sez. 6^, sentenza n. 4264 dell’11 giugno 1998, CED Cass. n. 211722, e da ultimo Sez. 4^, sentenza n. 109 del 5 gennaio 2006, CEd Cass. n. 23277).

La questione della equiparabilità o meno delle unioni di fatto a quelle legittime risulta disomogeneamente risolta dalla giurisprudenza in relazioni ad ulteriori applicazioni. Le unioni di fatto sono state ritenute:

– rilevanti fini del riconoscimento della sussistenza dell’attenuante della provocazione (art. 62 c.p., n. 2), a partire da Sez. 1^, sentenza n. 1578 del 16 marzo 1972, CED Cass. n. 120476 e fino a Sez. 6^, sentenza n. 12477 del 18 ottobre 1985, CED Cass. n. 171450 (orientamento non recente, ma consolidato e successivamente non contraddetto);

– non rilevanti in relazione all’applicazione della circostanza aggravante prevista dall’art. 577 c.p., comma 2, (non consentita – stante il chiaro disposto della norma – dal divieto di analogia in malam partem) a partire da Sez. 1^, sentenza n. 6037 del 18 maggio 1988, CED Cass. n. 178415, e fino a Sez. 5^, sentenza n. 8121 del 27 febbraio 2007, CED Cass. n. 236525 (orientamento non recente, ma consolidato e successivamente non contraddetto).

35.6.3.12. In adesione agli orientamenti sin qui riepilogati (ciascuno, con riguardo all’istituto interessato, assolutamente dominante, se non pacifico), dovrebbe determinarsi, pur all’apparenza legittimamente, l’effetto paradossale che alla donna indagata/imputata di favoreggiamento per aver offerto ospitalità al convivente more uxorio/latitante, titolare di una posizione reddituale rilevante, dovrebbe, nell’ambito del medesimo procedimento, esser negata:

– sia l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato (poichè alla determinazione del reddito concorrono i redditi dei familiari conviventi, quale che sia la natura – di fatto o legittima – dell’unione familiare);

– sia l’applicabilità della causa di non punibilità prevista dall’art. 384 c.p. (che la norma limita ai “prossimi congiunti”, la cui nozione opera, ex art. 307 c.p., comma 4, unicamente nell’ambito della “famiglia legittima”).

Tale discrasia avrebbe astrattamente potuto determinarsi proprio nel presente procedimento, se l’imputata avesse chiesto l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

35.6.3.13. Prendendo atto di tali disomogenee (e, nel complesso, sistematicamente “bizzarre”, secondo la dottrina che per prima le aveva evidenziate) interpretazioni giurisprudenziali, la 4^ Sezione (sentenza n. 32190 del 21 maggio 2009, CED Cass. n. 244682) ha riconosciuto l’operatività della causa soggettiva di esclusione della punibilità prevista dall’art. 649 c.p. anche in favore del convivente more uxorio.

Nel caso di specie, era stata emessa, con riguardo ai reati di furto con strappo (art. 624 bis c.p.) e furto aggravato (art. 624 c.p. e art. 61 c.p., nn. 7 ed 11), sentenza di non doversi procedere, per essere i reati estinti per remissione di querela, sul presupposto dell’applicabilità dell’art. 649 c.p., comma 2, (punibilità a querela della persona offesa), in quanto l’imputato e la persona offesa, al momento dei fatti oggetto del processo, erano conviventi more uxorio (la convivenza era successivamente cessata).

La 4^ Sezione, nel rigettare il ricorso del Procuratore generale, ha innanzi tutto ricordato i disomogenei orientamenti giurisprudenziali di legittimità in tema di convivenza more uxorio, evidenziando che, sotto il profilo penalistico, “il concetto di “famiglia” cui fanno riferimento diverse norme incriminatrici vigenti, non è sempre ritenuto legato all’esistenza di un vincolo di coniugio o comunque di una famiglia nata da tale vincolo ma i precedenti giurisprudenziali spesso si riferiscono a qualsiasi consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e di solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo”.

Inoltre, nel richiamare l’orientamento della Corte costituzionale (che, investita della questione di legittimità costituzionale dell’art. 649 c.p. – nella parte in cui non stabilisce la non punibilità dei fatti ivi previsti se commessi in danno del convivente more uxorio – aveva, con sentenza n. 352 del 2000 cit., dichiarato non fondata la questione), ha osservato che, in realtà, il Giudice delle leggi non aveva ritenuto irragionevole una eventuale diversa interpretazione dell’art. 649 c.p., ma anzi aveva ricordato che, proprio su sua sollecitazione (il riferimento è alla sentenza n. 6 del 1977), era stato approvato l’art. 199 c.p.p. che, nel disciplinare la facoltà di astensione dal deporre dei prossimi congiunti, ha esteso la facoltà di astenersi “a chi, pur non essendo coniuge dell’imputato, come tale conviva o abbia convissuto con esso”, sia pure limitando la facoltà ai fatti verificatisi o appresi dall’imputato durante la convivenza.

D’altro canto, plurime modifiche normative recenti:

ad esempio:

– la L. n. 66 del 1996, che, in più parti, prende in considerazione la figura del “convivente” di fatto del genitore, equiparandola a quella del coniuge: cfr. art. 609 quater c.p., comma 2, art. 609 septies c.p., comma 4, n. 2, e art. 612 sexies c.p.;

– la L. n. 269 del 1998, che ha introdotto l’art. 600 sexies c.p. (a norma del quale i fatti previsti da alcune norme preesistenti – artt. 600, 601 e 602 c.p. – o di nuova introduzione – artt. 600 bis e 600 ter c.p. – sono aggravati se commessi dal convivente del coniuge);

– la L. n. 154 del 2001, il cui art. 5 (misure contro la violenza nelle relazioni familiari) dispone analoga equiparazione, ritenendo applicabile al convivente la misura cautelare coercitiva dell’allontanamento dalla casa familiare (art. 282 bis c.p.p.), introdotto dall’art. 1 della stessa legge;

– il D.L. n. 11 del 2009, convertito nella L. n. 38 del 2009, il cui art. 7 ha introdotto l’art. 612 bis c.p. (che disciplina gli atti persecutori ed equipara, ai fini dell’esistenza di un’aggravante, la posizione del coniuge legalmente separato o divorziato a quella della “persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa”, qualità il cui ampio ambito di applicazione appare idoneo a ricomprendere anche la convivenza more uxorio), hanno esteso la disciplina penalistica ai conviventi ed alla famiglia di fatto in genere.

Per quanto riguarda specificamente la possibilità di applicare l’art. 649 c.p. al convivente more uxorio, la 4^ Sezione ha premesso che l’equiparazione della famiglia alla famiglia di fatto per analogia (posto a fondamento della decisione impugnata) è insoddisfacente, poichè in molti casi si tratterebbe di una chiara ipotesi di analogia in malam partem non consentita: “se si ragiona in termini di analogia deve peraltro ritenersi che questa estensione per via analogica in malam partem sia già avvenuta. La già ricordata giurisprudenza di legittimità sull’applicabilità del delitto di maltrattamenti in famiglia anche nel caso di convivenza more uxorio e l’affermata ricorrenza dell’aggravante del fatto di lesioni volontarie commesso in danno del coniuge lo dimostrano. E, in quest’ottica, non costituirebbe estensione analogica in malam partem ritenere che chi chiede di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato debba tener conto anche del reddito del convivente more uxorio malgrado la norma parli soltanto di “coniuge”?”.

Nondimeno, la Corte ha evidenziato che l’interprete deve ricondurre il sistema a coerenza onde evitare di adottare soluzioni che contrastano – prima ancora che con una visione unitaria del tema – con il senso comune, chiedendosi “perchè mai all’imputato di lesioni volontarie in danno del convivente more uxorio dovrebbe essere contestata l’aggravante di aver commesso il fatto in danno del coniuge convivente e poi, se la stessa persona commette un furto in danno del medesimo convivente, viene punita come qualunque altro autore del medesimo fatto?”.

Si tratta di contraddizioni che possono essere evitate solo accogliendo una nozione “famiglia” e di “coniugio” in linea con i mutamenti sociali che questi istituti hanno avuto negli ultimi decenni del secolo scorso: “chi mai porrebbe in dubbio che famiglia sia soltanto quella che si fonda sul matrimonio e non anche quella che si fonda su una convivenza eventualmente durata decenni, che ha spesso condotto alla procreazione di figli, caratterizzata dall’assistenza reciproca, dalla convivenza fondata su comuni ideali e stili di vita? E chi riuscirebbe a distinguere la situazione personale di uno dei protagonisti di questa vicenda umana, che spesso ha termine solo con la morte di uno dei partecipi, da quella di chi ha contratto formai mente il matrimonio?”.

Il diritto deve necessariamente tener conto dell’evoluzione della società, ed adattare le sue regole ai mutamenti della realtà sociale: “oggi famiglia e matrimonio hanno un significato diverso e più ampio rispetto a quello che veniva loro attribuito all’epoca dell’entrata in vigore del codice penale ancora vigente e la stabilità del rapporto, con il venir meno dell’indissolubilità del matrimonio, non costituisce più caratteristica assoluta e inderogabile ed anzi spesso caratterizza maggiormente unioni non fondate sul matrimonio”.

E l’interprete non può non tener conto, nell’inquadramento giuridico degli istituti preesistenti, della legislazione degli ultimi decenni, “particolarmente attenta nel prevedere un trattamento indifferenziato di situazioni che, evidentemente, reputa meritevoli di una disciplina comune”.

Per tale ragione, la conclusiva decisione del giudice di merito è stata ritenuta corretta, pur non potendone essere condiviso il percorso argomentativo (che aveva fatto erroneamente riferimento all’analogia): “se ragioni di politica criminale hanno condotto a ritenere non punibile il furto commesso in danno del coniuge convivente e punibile a querela quello commesso in danno del coniuge legalmente separato, non può negarsi che identiche ragioni giustificative fondino l’esigenza di identico trattamento per chi sia, o sia stato, legato da identico vincolo non fondato sul matrimonio, esistendo, anche in questi casi, la prevalenza dell’interesse alla riconciliazione rispetto a quello alla punizione del colpevole”.

35.6.3.14. Dopo la predetta decisione, questa Sezione (sentenza 13 ottobre 2009, CED Cass. n. 245626) ha ribadito, sulla scia della giurisprudenza costituzionale, l’orientamento in precedenza dominante, affermando che “la causa soggettiva di esclusione della punibilità prevista per il coniuge dall’art. 649 c.p. non si estende al convivente more uxorio”, invero senza dar conto del precedente contrario, e con motivazione estremamente scarna, incentrata unicamente sulle presunte difficoltà che la prova di un rapporto di fatto presenterebbe, con commistione, a parere del collegio indebita, tra profili di diritto e profili di fatto (potrebbe, infatti, riconoscersi in diritto rilevanza alla convivenza more uxorio, salvo ritenere, in fatto, in presenza di una situazione di incertezza probatoria, che non sia stata adeguatamente dimostrata la sussistenza di siffatto legame).

Ed anche in relazione alla disciplina dettata dall’art. 384 c.p., si è ribadito che non può essere applicata al convivente more uxorio, resosi responsabile di favoreggiamento personale nei confronti dell’altro convivente, la causa di non punibilità operante per il coniuge, ai sensi del combinato disposto dell’art. 384 c.p., comma 1, e art. 307 c.p., comma 4, i quali non includono nella nozione di prossimi congiunti il convivente more uxorio (Sez. 5^, sentenza n. 41139 del 22 ottobre 2010, CED Cass. n. 248903).

Inoltre, la giurisprudenza costituzionale (Corte cost., sentenza n. 140 del 2009), con riferimento all’istituto di cui all’art. 384 c.p., comma 1, ha ribadito che la convivenza more uxorio è diversa dal vincolo coniugale (poichè nella Costituzione il secondo è oggetto della specifica previsione di cui all’art. 29 Cost., mentre la prima ha rilevanza nell’ambito della protezione dei diritti inviolabili dell’uomo ex art. 2 Cost.) e tale diversità giustifica che la legge possa riservare ai due istituti trattamenti giuridici non omogenei:

“se è vero che, in relazione ad ipotesi particolari, si possono riscontrare tra i due istituti caratteristiche tanto comuni da rendere necessaria un’identità di disciplina, che la Corte può garantire con il controllo di ragionevolezza, nella specie, l’estensione di cause di non punibilità comporta un giudizio di ponderazione a soluzione aperta tra ragioni diverse e confliggenti che appartiene primariamente al legislatore. Si tratterebbe, insomma, di mettere a confronto l’esigenza della repressione di delitti contro l’amministrazione della giustizia, da un lato, e la tutela di beni afferenti la vita familiare, dall’altro, ma non è detto che i beni di quest’ultima natura debbano avere necessariamente lo stesso peso, a seconda che si tratti della famiglia di fatto o della famiglia legittima, per la quale sola esiste un’esigenza di tutela non solo delle relazioni affettive, ma anche dell’istituzione familiare come tale, di cui elemento essenziale e caratterizzante è la stabilità.

Ciò legittima nel settore dell’ordinamento penale soluzioni legislative differenziate”. E si è, infine, ancora una volta ritenuto che una dichiarazione di incostituzionalità che assumesse la pretesa identità della posizione spirituale del coniuge e del convivente, “oltre a rappresentare la premessa di quella totale equiparazione che non corrisponde alla visione fatta propria dalla Costituzione, determinerebbe ricadute normative consequenziali di portata generale che trascendono l’ambito del giudizio incidentale di legittimità costituzionale”.

35.6.3.15. Tanto premesso, il collegio, nel richiamare il monito rivolto al Legislatore da Corte Cost. n. 237 del 1986, e preso altresì atto della “mutevole” rilevanza penale della famiglia di fatto emergente dalle applicazioni giurisprudenziali in precedenza passate in rassegna, condivide e ribadisce quanto affermato dalla 4^ Sezione in riferimento alla necessità di ricondurre il sistema a coerenza, onde evitare di adottare soluzioni che contrastano – prima ancora che con una visione unitaria del tema – con il senso comune.

Come osservato dalla 4^ Sezione, le evidenziate contraddizioni possono essere evitate solo accogliendo una nozione di “famiglia” e di “coniugio” in linea con i mutamenti sociali che questi istituti hanno avuto negli ultimi decenni del secolo scorso, tenendo conto dell’evoluzione della società, ed adattando l’interpretazione di ciascuna regula juris ai mutamenti della realtà sociale, perchè incontestabilmente “oggi famiglia e matrimonio hanno un significato diverso e più ampio rispetto a quello che veniva loro attribuito all’epoca dell’entrata in vigore del codice penale ancora vigente e la stabilità del rapporto, con il venir meno dell’indissolubilità del matrimonio, non costituisce più caratteristica assoluta e inderogabile ed anzi spesso caratterizza maggiormente unioni non fondate sul matrimonio”.

35.6.3.16. In virtù di tali considerazioni, non può più ritenersi attuale l’opinione di quanti ritengono che la “totale equiparazione” tra la famiglia pieno iure e quella di fatto “non corrisponda alla visione fatta propria dalla Costituzione”.

35.6.3.17. Per altro verso, osserva, inoltre, il collegio che, a norma dell’art. 8 della Convenzione EDU, “ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza”.

In proposito, la giurisprudenza della Corte EDU accoglie una nozione sostanziale, onnicomprensiva di “famiglia”, senz’altro ricomprendente anche i rapporti di fatto, privi di formalizzazione legale, ai quali si ritiene che l’art. 8 cit. assicuri incondizionata tutela: in tal senso, va ricordata la sentenza 13 giugno 1979, Marckx contro Belgio, per la quale l’art. 8 “presuppone l’esistenza di una famiglia, e tutela sia la famiglia naturale che la famiglia legittima”, poichè la nozione di famiglia accolta dalla citata disposizione “non si basa necessariamente sul vincolo del matrimonio, ma anche su ulteriori legami di fatto particolarmente stretti e fondati su una stabile convivenza”. Il principio è stato più recentemente ribadito dalla sentenza 13 dicembre 2007, Emonet ed altri contro Svizzera, per la quale “La nozione di famiglia accolta dall’art. 8 CEDU) non si basa necessariamente sul vincolo del matrimonio, ma anche su ulteriori legami di fatto particolarmente stretti e fondati su una stabile convivenza. La durata della convivenza e l’eventuale nascita di figli sono elementi ulteriormente valutabili”.

35.6.3.18. Alle norme della Convenzione EDU è, ormai, pacificamente riconosciuto il rango di “fonti interposte”, destinate ad integrare il parametro indicato dall’art. 117 Cost., il cui comma 1 impone al Legislatore di conformare il prodotto normativo agli obblighi internazionali, fra i quali vanno annoverati anche quelli derivanti dalla richiamata Convenzione; tuttavia, proprio perchè si tratta di norme che integrano i parametro costituzionale, ma rimangono pur sempre a livello sub-costituzionale, è necessario che esse stesse siano conformi a Costituzione, non sottraendosi, dunque, al relativo sindacato da parte del Giudice delle leggi.

Ed è noto che “le norme della Convenzione EDU vivono nell’interpretazione che delle stesse viene data dalla Corte europea;

la verifica di compatibilità costituzionale deve riguardare la norma come prodotto dell’interpretazione, non la disposizione in sè e per sè considerata. Si deve pertanto escludere che le pronunce della Corte di Strasburgo siano incondizionatamente vincolanti ai fini del controllo di costituzionalità delle leggi nazionali. Tale controllo deve sempre ispirarsi al ragionevole bilanciamento tra il vincolo derivante dagli obblighi internazionali (imposto dall’art. 117 Cost., comma 1) e la tutela degli interessi costituzionalmente protetti contenuta in altri articoli della Costituzione” (Corte Cost., sent. 1.348 del 2007).

La Corte costituzionale può, a sua volta, interpretare la Convenzione, purchè nel rispetto sostanziale della giurisprudenza europea formatasi al riguardo, ma “con un margine di apprezzamento e di adeguamento che le consenta di tener conto delle peculiarità dell’ordinamento giuridico in cui la norma convenzionale è destinata a inserirsi” (sentenze n. 311 del 2009 e n. 236 del 2011).

L’art. 46, p. 1, della Convenzione EDU impegna, inoltre, gli Stati contraenti “a conformarsi alle sentenze definitive della Corte europea dei diritti dell’uomo sulle controversie di cui sono parti”;

soggiungendo, nel p. 2, che “la sentenza definitiva della Corte è trasmessa al Comitato dei ministri che ne controlla l’esecuzione”. In proposito, tuttavia, questa Corte (Sez. un., ord. n. 34472 del 2012, CED Cass. n. 252933) ha chiarito che “le decisioni della Corte EDU che evidenzino una situazione di oggettivo contrasto – non correlata in via esclusiva al caso esaminato – della normativa interna sostanziale con la Convenzione EDU, assumono rilevanza anche nei processi diversi da quello nell’ambito del quale è intervenuta la pronunzia della predetta Corte internazionale”.

Si è, infine, precisato che “in presenza di un apparente contrasto fra disposizioni legislative interne ed una disposizione della CEDU, anche quale interpretata dalla Corte di Strasburgo, può porsi un dubbio di costituzionalità, ai sensi del primo comma dell’art. 117 Cost., solo se non si possa anzitutto risolvere il problema in via interpretativa”, giacchè soltanto “ove l’adeguamento interpretativo, che appaia necessitato, risulti impossibile o l’eventuale diritto vivente che si formi in materia faccia sorgere dubbi sulla sua legittimità costituzionale, questa Corte potrà essere chiamata ad affrontare il problema della asserita incostituzionalità della disposizione di legge” (Corte Cost., sentenza n. 239 del 2009).

35.6.3.19. Nel caso in esame, il contrasto tra la rilevanza, agli effetti penali, della famiglia di fatto nell’ordinamento interno e l’art. 8 Conv. EDU, come interpretato dalla Corte di Strasburgo (senz’altro nel segno di una tutela maggiore rispetto al livello garantito dalla Costituzione italiana) appare di solare evidenza; e, d’altro canto, con specifico riguardo agli istituti di cui agli artt. 384 e 649 c.p., non può omettersi di considerare che le fonti internazionali aventi efficacia penale in bonam partem sono immediatamente cogenti per l’interprete, a meno che non si pongano in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale, e non ne è questo il caso.

Nondimeno, ritiene il collegio che l’evidenziato contrasto possa essere senz’altro risolto in via interpretativa, poichè il necessario adeguamento interpretativo della normativa interna a quella sovranazionale (nel senso della completa equiparazione in bonam partem, ad ogni effetto penale, della famiglia pieno iure a quella di fatto) non risulta contrario ai principi costituzionali fondamentali interni, e, d’altro canto, proprio il contrasto insorto nell’ambito della giurisprudenza di legittimità sul tema, impedisce di ravvisare l’esistenza di un diritto vivente assolutamente ostativo.

35.6.3.20. In considerazione di quanto sin qui osservato (p.p. 35.5.3.15 s. e 35.5.3.17 ss.), va affermato il seguente principio di diritto:

“La causa di non punibilità prevista dall’art. 384 c.p., comma 1, in favore del coniuge opera anche in favore del convivente more uxorio”.

35.6.3.21. In applicazione del principio appena affermato, e tenuto conto di quanto emergente ex actis (cfr. p. 35.5.3.1.), l’imputata R.A. va dichiarata non punibile in ordine al reato di cui al capo A6), in applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 384 c.p., comma 1.

La sentenza impugnata va, conseguentemente, annullata in parte qua, senza rinvio; va, inoltre, eliminata la relativa pena inflitta in continuazione di mesi due di reclusione ed Euro cento di multa, e la pena finale va complessivamente rideterminata in anni sei e mesi quattro di reclusione ed Euro millecinquecento di multa.

Restano assorbite da questa statuizione le ulteriori doglianze difensive oggetto del terzo motivo.

Trasmissioni atto a mezzo PEC alla Suprema Corte di Cassazione – Settore Penale

In questa sentenza della Prima Sezione Penale vi è una antologia dei rischi che si corrono in questi tempi di norme fluide e continuamente mutevoli, per giunta contenute in atti amministrativi.

Nel caso di specie la richiesta di trattazione orale del ricorso non stata ammessa in quanto presentata fuori termine, in quanto deve essere fatta pervenire alla Corte almeno 25 giorni prima dell’udienza.

I motivi aggiunti non sono stati ammessi in quanto indirizzati da un indirizzo PEC da quello indicato dal provvedimento del DGSIA del 9.11.2020 anche occorre dire che l’indirizzo utilizzato era indicato anche sul sito della Corte per gli invii precedenti e questo ha ingenerato sicuramente una notevole confusione.

Tali motivi aggiunti non sono stati valutati neppure come memoria ai sensi dell’art. 121 c.p.p. in quanto pervenuti oltre il termine di 15 giorni liberi prima dell’udienza.

La Cassazione rammenta che nei termini che di computano a ritroso non ci conta il dies a quo e neppure il dies ad quem quindi per una udienza fissata per il 20 marzo ad esempio, i motivi o la memoria devono essere depositati/pervenire in cancelleria entro il 4 marzo (se festivo occorre depositare il giorno precedente, quindi il 3 marzo).

Occorre prestare la massima attenzione in quanto si tratta di cause di inammissibilità di rilevabili di ufficio.

Filippo Poggi

Opposizione alla restituzione di cose sottoposte al sequestro probatorio da parte della persona offesa al fine (anche) di giovarsene contro la eventuale richiesta di archiviazione

In questa recentissima sentenza della Quinta Sezione Penale è stato annullato il provvedimento del GIP di Forlì che aveva dichiarato inammissibile l’opposizione ex art. 263, comma 5 c.p.p. della persona offesa avverso il provvedimento del PM di restituzione delle cose sottoposte a sequestro probatorio in un procedimento per omicidio preterintenzionale (copia forense del contenuto di un telefono cellulare estratto con la procedura ex art. 360 c.p.p. nei confronti dell’indagato).

Le motivazioni rese dalla Suprema Corte meritano piena condivisione.

Filippo Poggi

Non punibilità ex art. 131-bis del codice penale e statuizioni civili

In questa recentissima sentenza della Sezione Quinta Penale è stato affermato che la dichiarazione di non punibilità ai sensi dell’art. 131-bis codice penale impedisce qualunque statuizione civile e se pronunciata nei successivi gradi di giudizio ne comporta la revoca tanto per risarcimento del danno che per spese legali liquidate in favore della parte civile (auspicata modifica de jure condendo visto che la sentenza ha valore di giudicato nel giudizio civile di danno).

Filippo Poggi

Rivelazione di dichiarazioni secretate dal PM

In questa interessante sentenza della Suprema Corte si affronta il tema di un reato di non frequente applicazione come quello di cui all’art. 379-bis del codice penale (secondo periodo quello che punisce appunto la rivelazione di dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari e secretate dal pm ai sensi dell’art. 391-quinquies c.p.p.).

L’esito del processo con la dichiarazione di prescrizione purtroppo per noi lettori lascia molte questioni in sospeso rispetto alla ricchezza dei motivi di ricorso che danno sputi su come redigere un ricorso ammissibile e quindi idoneo ad instaurare il rapporto processuale ai fini della dichiarazione della prescrizione.

Molto interessante, almeno a mio giudizio, appariva il motivo relativo alla mancata motivazione del decreto di secretazione (obbligatoria per legge) che appunto deve essere motivato e non consente prolungare oltre il termine di 2 mesi l’obbligo di non rivelare le dichiarazioni rilasciate.

Un reato commesso il 15/09/2011 si prescrive il 14/03/2019 (non il 15) quindi il giorno precedente a quello corrispondente al 7° anno e 6° mesi successivi alla commissione del fatto computati secondo il calendario comune.

Filippo Poggi

Interessante (e fortunata) vicenda in tema di ricorso per Cassazione contro sanzioni amministrative

In questa sentenza appena depositata dalla Quarta Sezione Penale è stata parzialmente annullata una sentenza del Tribunale di Ravenna.

La vicenda: in un processo per guida in stato di ebbrezza con valore alcolemico superiore a 1.5 g/L è stata patteggiata la pena mentre il Tribunale di ufficio ha determinato la pena accessoria nella misura di 1 anno e 6 mesi di sospensione della patente di guida, raddoppiandola a 3 anni in mancanza di prova della proprietà dell’autoveicolo in capo all’imputato.

In seguito al ricorso per Cassazione e premesso dal collegio che l’impugnazione anche per le sentenze di patteggiamento è ammessa dalle SU quando si contesti l’applicazione o l’omessa applicazione di sanzioni amministrative accessorie, la Suprema Corte ha rilevato dai documenti allegati al ricorso (non è chiarito se quei documenti fossero presenti anche nel fascicolo processuale come doveva essere, diversamente il giudice di legittimità avrebbe esteso la sua cognizione ad elementi non conosciuti dal giudice di merito) che l’automobile apparteneva all’imputato quindi il raddoppio della sanzione era illegittimo e la sentenza doveva essere annullata su questo punto, con rinvio al Tribunale di Ravenna per la sola determinazione della durata della sanzione della sospensione della patente di guida.

Qualche osservazione: intanto appare insolito che la Cassazione non abbia provveduto direttamente alla determinazione della sanzione con l’eliminazione del raddoppio come avrebbe potuto e probabilmente dovuto fare in quanto il giudice del merito aveva già esattamente individuato la misura della sanzione in 1 anno e 6 mesi (sospensione da 1 a 2 anni nella previsione edittale) facendo uso dei poteri conferiti alla Corte dall’art. 620 lett. l) c.p.p. e come correttamente chiesto dal PG con la requisitoria scritta.

Dalla sentenza di ricava anche che il Tribunale di  Ravenna avrebbe dovuto invece disporre la confisca del veicolo ma questa ormai non è più possibile in mancanza di impugnazione sul punto da parte del PM il che consente di dedurre che nei gradi di impugnazione non è possibile per il giudice applicare di ufficio una sanzione amministrativa accessoria pur prevista dalla legge come obbligatoria (“è sempre disposta la confisca del veicolo”) nel caso di mancata impugnazione della parte pubblica ed in ossequio (ritengo) al principio di divieto di reformatio in pejus.

Prosit.

Filippo Poggi

Quando la Cassazione prende un (grosso) granchio – Misure cautelari personali e reali e diritto di prendere visione ed estrarre copia degli atti

In questa sentenza della Quinta Sezione Penale in tema di diritto di prendere visione ed estrarre copia degli atti trasmessi dal PM al Tribunale del Riesame ai fini della decisione su un sequestro probatorio non c’è nulla che possa essere condiviso anzi stupisce grandemente il richiamo a giurisprudenza non solo superata dalla giurisprudenza successiva ma anche da norme di legge che hanno interpolato il c.p.p. per risolvere ogni dubbio in proposito.

Nel caso in esame la Cassazione ha ritenuto non censurabile il provvedimento presidenziale che aveva negato all’imputato personalmente il diritto di accedere al fascicolo processuale ed estrarne copia. Su questo punto si potrebbe forse a fatica convenire esistendo comunque un margine di autodifesa non ricompresa nella difesa tecnica, tuttavia la Cassazione in quello che dovremmo considerare forse un obiter dicutum afferma che tale diritto non sarebbe spettato neppure al difensore ove lo stesso al posto dell’indagato si fosse presentato al fascicolo per estrarne copia e quindi a seguire la citazione di un profluvio di giurisprudenza in tema di misure cautelare personali applicabile anche a quelle reali e che indicherebbero appunto il solo diritto a prendere visione degli atti ma non quello di estrarne copia.

In questa sentenza che solo con un eufemismo possiamo definire infelice, pare del tutto obliterato che dopo la sentenza SU n. 4/1995 Sciancalepore, il legislatore per quanto attiene al procedimento di riesame ex art. 309 c.p.p. ha modificato il comma 8 per cui la formulazione attuale prevede appunto per il difensore “di esaminarli ed estrarne copia”. Idem è previsto per l’appello cautelare ex art. 310, comma 2 previsto appunto sempre in favore del difensore “il diritto di prendere visione ed estrarre copia” degli atti depositati in cancelleria.

Nella fase precedente al riesame in caso di applicazioni di misure cautelari personali, la Corte costituzionale con la sentenza n. 192/1997 (24 anni fa!) ha dichiarato incostituzionalmente illegittimo il comma 3 dell’art. 293 c.p.p. nella parte in cui non prevede “la facoltà per il difensore di prendere visione ed estrarre copia insieme all’ordinanza, della richiesta del PM e degli atti presentati con la stessa”, per violazione del diritto di difesa previsto dall’art. 24 della Costituzione.

Traendo le conclusioni da quanto sopra di ricava che:

192

  1. In caso di misura cautelare personale gli atti devono restare depositati nella cancelleria del GIP fino a che non siano stati disposti gli interrogatori di garanzia, se per qualche motivo copia degli atti è stata restituita al PM tali atti devono essere messi immediatamente a disposizione della difesa in quanto né il GIP e tantomeno il PM possono sindacare la richiesta non essendo applicabile l’art. 116 c.p.p. in quanto nella materia de qua il diritto a prendere visione ed estrarre copia dell’incarto processuale è previsto direttamente dalla legge processuale ex art. 43 disp. att. c.p.p.
  2. Nel corso della procedura di riesame o appello di misure cautelari personali ex art. 309 e 310 c.p.p. il diritto del difensore è previsto dalla legge processuale e non occorre alcuna autorizzazione ex art. 116 c.p.p.  (pretenderla sarebbe un abuso censurabile quantomeno ai sensi dell’art. 124 c.p.p.) e normativamente previsto dal predetto art. 43 disp. att. c.p.p.
  3. Nella procedura di riesame di misure cautelari reali ex art. 324 c.p.p. gli atti trasmessi dal PM restano depositati in cancelleria nel termine previsto fino alla celebrazione dell’udienza (comma 6) con diritto perlomeno al difensore tecnico di prenderne visione ed estrarne copia ai sensi dell’art. 324 c.p.p. e del chiarissimo principio in tema di diritto di difesa espresso dalla sentenza della Consulta n. 192/1997 in ordine alla funzione del deposito degli atti in cancelleria (v. § 3 del Considerato in diritto). In caso di riesame di sequestro preventivo il PM dovrà trasmettere tutti gli atti sottoposti al GIP ex art. 321, comma 1 c.p.p. mentre in caso di sequestro probatorio sarà libero di trasmettere gli atti da lui reputati sufficienti a fare confermare il provvedimento dal Tribunale del Riesame.

Filippo Poggi

 


 

SENTENZA N. 192

ANNO 1997

 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori Giudici:

– Dott. Renato GRANATA, Presidente

– Prof. Giuliano VASSALLI

– Prof. Francesco GUIZZI

– Prof. Cesare MIRABELLI

– Prof. Fernando SANTOSUOSSO

– Avv. Massimo VARI

– Dott. Cesare RUPERTO

– Dott. Riccardo CHIEPPA

– Prof. Gustavo ZAGREBELSKY

– Prof. Valerio ONIDA

– Prof. Guido NEPPI MODONA

– Prof. Piero Alberto CAPOTOSTI

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 293, comma 3, del codice di procedura penale, promosso con ordinanza emessa il 16 marzo 1996 dal Giudice per le indagini preliminari presso la Pretura di Lucera, nel procedimento penale a carico di Fratello Nicola, iscritta al n. 411 del registro ordinanze 1996 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 20, prima serie speciale, dell’anno 1996.

Udito nella camera di consiglio del 9 aprile 1997 il Giudice relatore Guido Neppi Modona.

Ritenuto in fatto

  1. A seguito di richiesta del pubblico ministero, il Giudice per le indagini preliminari presso la Pretura di Lucera disponeva nei confronti dell’indagato la misura cautelare degli arresti domiciliari.

Eseguita la misura, e fissato l’interrogatorio ai sensi dell’articolo 294 del codice di procedura penale, il difensore dell’indagato chiedeva di essere autorizzato ad esaminare gli atti e ad estrarne copia. La cancelleria del giudice trasmetteva la richiesta al pubblico ministero, al quale restituiva il fascicolo processuale – già inviato in originale a corredo della richiesta di misura cautelare -, con l’invito ad indicare gli atti che la difesa poteva esaminare e dei quali poteva estrarre copia.

Il pubblico ministero replicava di non <<dovere indicare alcun atto, nè tanto meno di mostrarlo al difensore per copie o per altro>>, aggiungendo che a suo avviso l’indagato <<nella fase precedente all’interrogatorio … non può prendere cognizione delle accuse se non in sede di contestazione dei gravi indizi … essendo ovvio il pericolo di precostituirsi difese di comodo…>>. Sulla base di quanto sopra, prima che avesse corso l’interrogatorio, il difensore eccepiva che era stato leso il diritto di difesa del proprio assistito, non avendo potuto prendere visione ed estrarre copia degli atti d’indagine trasmessi con la richiesta del pubblico ministero. L’interrogatorio veniva rinviato, ma alla data di rinvio il giudice, persistendo il rifiuto del pubblico ministero a che il difensore dell’indagato prendesse visione ed estraesse copia degli atti sulla base dei quali era stata disposta la misura cautelare, pronunciava ordinanza con la quale sollevava questione di legittimità costituzionale dell’articolo 293, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede il diritto del difensore ad ottenere copia degli atti a lui depositati, in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione. Quindi ordinava la liberazione dell’indagato ex articolo 302 del codice di procedura penale.

  1. Osserva il Giudice a quoche prima della legge 8 agosto 1995, n. 332, l’articolo 309 cod. proc. pen., nel disciplinare il deposito ai difensori degli atti in sede di riesame, non prevedeva la facoltà di estrarre copia degli atti depositati. Al riguardo, la Corte di cassazione a sezioni unite aveva ritenuto – con sentenza del 3 febbraio 1995, ricorrente Sciancalepre – che, in mancanza di esplicita previsione, non sussisteva “un diritto della parte ad ottenere de planocopia degli atti d’indagine”, e che i diritti della difesa erano adeguatamente tutelati dalla possibilità di esaminare gli atti depositati e di estrarne copia informale; mentre il riconoscimento di un diritto in senso tecnico era da escludere dalla lettera della legge (ubi lex voluit dixit) e dallo stesso interesse dell’indagato ad una rapida decisione.

La legge n. 332 del 1995 aveva modificato il comma 8 dell’articolo 309, introducendo l’esplicita previsione della facoltà per il difensore di esaminare e di estrarre copia degli atti a lui depositati. La stessa legge aveva inoltre introdotto all’articolo 293, comma 3, cod. proc. pen. la previsione del deposito nella cancelleria del giudice, assieme all’ordinanza applicativa della misura cautelare (il cui deposito era già previsto dal testo previgente, dopo l’esecuzione o notificazione), della richiesta del pubblico ministero e degli atti da questi trasmessi a corredo della stessa.

In tale situazione, secondo il Giudice a quo, si sarebbe dovuto applicare all’articolo 293, comma 3, cod. proc. pen., il criterio interpretativo già enunciato dalle sezioni unite della Corte di cassazione con la predetta sentenza, relativa all’articolo 309 cod. proc. pen. nella formulazione previgente (esclusione del diritto del difensore di ottenere copia degli atti in assenza di esplicita previsione). Criterio che poteva ritenersi rafforzato dal rilievo che nello stesso contesto normativo delle modifiche introdotte dalla legge n. 332 del 1995 era stato espressamente previsto il diritto della difesa di ottenere copia degli atti d’indagine depositati nella fase del riesame (articolo 309), mentre era stato omesso qualsiasi richiamo alla facoltà del difensore di estrarre copia degli atti al momento del loro deposito assieme all’ordinanza con la quale era stata disposta la misura cautelare, subito dopo la sua esecuzione (articolo 293).

Il rimettente ritiene però che il difensore dell’indagato a buon diritto si duole di non aver potuto estrarre copia della documentazione su cui il pubblico ministero aveva fondato la sua richiesta, facendo riferimento a quanto osservato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 219 del 1994, e cioé al fatto che <quando l’indagato sia già assoggettato ad una misura cautelare …. non sussistono valide ragioni per escludere l’esercizio del diritto di difesa>.

Secondo il giudice a quo il legislatore, nel promulgare la legge dell’agosto 1995, ha verosimilmente “operato un vistoso lapsus legislativo omettendo la previsione, nell’articolo 293, comma 3, codice di procedura penale, del diritto del difensore di poter estrarre copia degli atti depositati ….“, in “stridente contrasto” con quanto invece appositamente previsto nell’articolo 309, comma 8, che tutela “situazioni ontologicamente uguali”; non avendo “alcuna rilevanza la fase precedente o successiva all’interrogatorio perchè … il difensore, con una immediata impugnativa al tribunale per il riesame ex articolo 309 codice di procedura penale, ha il diritto di prendere visione ed estrarre copia” degli atti d’indagine. Con il solo risultato che viene così a mettersi _in moto un’attività giurisdizionale_ complessa, quella del ricorso al tribunale per la libertà, spesso al solo fine di avere compiuta e completa conoscenza delle fonti d’accusa .

L’articolo 293, comma 3, cod. proc. pen., nella parte in cui non prevede che al deposito degli atti trasmessi con la richiesta di misura cautelare consegua il diritto per il difensore di estrarne copia, contrasterebbe dunque, secondo il rimettente, con l’articolo 24 Cost., in quanto le ragioni di segretezza o di riservatezza degli atti d’indagine o quelle di speditezza sono tutte certamente subvalenti rispetto al diritto dell’indagato, colpito da misura cautelare personale, di esercitare il diritto di difendersi, e di essere difeso, con la più ampia consapevolezza dei risultati delle indagini e delle accuse a suo carico. E contrasterebbe anche con l’articolo 3 Cost., in quanto é privo di ragionevolezza limitare il diritto del difensore al solo esame nella cancelleria del giudice degli atti depositati dopo l’emissione della misura cautelare, mentre, proponendo richiesta di riesame immediatamente dopo l’esecuzione della misura (e dunque anche prima dell’interrogatorio), il difensore acquista il diritto di estrarre copia dei medesimi atti.

Considerato in diritto

1.- La questione sottoposta all’esame della Corte ha per oggetto l’art. 293, comma 3, del codice di procedura penale, così come novellato dalla legge 8 agosto 1995, n. 332, nella parte in cui non prevede che al deposito nella cancelleria del giudice dell’ordinanza che ha disposto la misura della custodia cautelare, ovvero misura diversa dalla custodia cautelare, unitamente alla richiesta del pubblico ministero e agli atti presentati con la stessa, consegua il diritto del difensore di estrarre copia degli atti depositati.

Ad avviso del Giudice rimettente, tale disciplina contrasterebbe con l’art. 24 della Costituzione, in quanto il diritto di difesa verrebbe irragionevolmente ostacolato in un contesto in cui non sussistono esigenze di riservatezza tali da giustificarne il sacrificio, nonchè con l’art. 3 della Costituzione, in quanto la disciplina censurata creerebbe una ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla situazione ontologicamente eguale disciplinata dall’art. 309, comma 8, cod. proc. pen., anch’esso modificato dalla legge n. 332 del 1995, ove é espressamente previsto che al deposito degli atti in cancelleria prima dell’udienza di riesame si accompagna la facoltà per il difensore di esaminarli e di estrarne copia.

2.- Prima di affrontare le censure di legittimità costituzionale prospettate dal giudice rimettente, é opportuno esaminare la disciplina che, prima delle modifiche introdotte dalla legge n. 332 del 1995, gli articoli 293, comma 3, e 309, comma 8, cod. proc. pen. riservavano al deposito degli atti in cancelleria, rispettivamente dopo l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare e prima dell’udienza di riesame, nonchè le posizioni assunte al riguardo dalla giurisprudenza di legittimità.

Il testo originario dell’art. 293, comma 3, cod. proc. pen. stabiliva che, dopo l’esecuzione o notificazione, veniva depositato in cancelleria solo il testo dell’ordinanza che aveva disposto la custodia cautelare o altra misura diversa dalla custodia cautelare. A sua volta, nella formulazione originaria l’art. 309, comma 8, cod. proc. pen. stabiliva che, in caso di richiesta di riesame, gli atti presentati dal pubblico ministero a norma dell’art. 291, comma 1, cod. proc. pen. (cioé la richiesta di misura cautelare e gli elementi su cui la richiesta stessa si fondava) restavano depositati in cancelleria fino al giorno dell’udienza.

Tale disciplina aveva comportato l’effetto, ripetutamente denunciato dalla dottrina e dagli operatori giudiziari, di indurre la persona sottoposta a custodia cautelare a presentare talvolta richiesta di riesame al solo scopo di venire a conoscenza, per ovvie esigenze di difesa, anche della richiesta del pubblico ministero e degli elementi con la stessa presentati, dei quali l’art. 309, comma 8, cod. proc. pen. prevedeva appunto il deposito in cancelleria prima dell’udienza di riesame.

Dal canto suo, l’art. 309, comma 8, cod. proc. pen. aveva sollevato contrastanti interpretazioni giurisprudenziali. Alcune sentenze, sia di legittimità che di merito, avevano affermato che il deposito degli atti in cancelleria comportava automaticamente la facoltà del difensore di estrarne copia, in quanto il deposito é finalizzato alle esigenze della difesa di completa conoscenza e utilizzazione degli atti depositati; esigenze che trovano appunto attuazione mediante il diritto di estrarre copia. Più numerose erano però state le sentenze della Corte di cassazione che avevano aderito ad una interpretazione letterale-sistematica dell’art. 309, comma 8, cod. proc. pen., poi confermata dalle Sezioni unite (sentenza 3 febbraio 1995).

Alla stregua di tale interpretazione, il deposito degli atti e il diritto di estrarne copia operano su piani diversi, nel senso che l’esercizio del secondo non é necessaria conseguenza del primo. L’assunto riposa su considerazioni sistematiche tratte dal combinato disposto degli articoli 116 cod. proc. pen. e 43 disp. att., da cui si ricaverebbe la regola generale che il rilascio di copie a chiunque vi abbia interesse é subordinato all’autorizzazione del pubblico ministero o del giudice che procede, salvi i casi in cui la legge espressamente riconosce al richiedente il diritto al rilascio delle copie (ad esempio, articoli 366, comma 1, 430, comma 2, 433, comma 2, 450, comma 6, 466 cod. proc. pen.).

La legge n. 332 del 1995, inserendo nel comma 8 dell’art. 309 cod. proc. pen. l’espressa facoltà del difensore di esaminare e di estrarre copia degli atti depositati in cancelleria, ha quindi risolto legislativamente il contrasto giurisprudenziale su cui erano intervenute le Sezioni unite della Cassazione.

Analoghi problemi interpretativi sono rimasti peraltro aperti con riferimento alla norma oggetto della presente questione di legittimità costituzionale: la legge n. 332 del 1995 ha infatti modificato anche l’art. 293, comma 3, cod. proc. pen., stabilendo che insieme all’ordinanza che ha disposto la misura cautelare vengano depositati in cancelleria la richiesta del pubblico ministero e gli atti presentati con la stessa, ma non ha menzionato espressamente la facoltà del difensore di estrarne copia. Si sono così riproposti nei confronti dell’art. 293, comma 3, cod. proc. pen. i medesimi problemi interpretativi che si ponevano nei confronti dell’art. 309, comma 8, cod. proc. pen. prima della modifica introdotta con la legge n. 332 del 1995.

3.- Alla luce delle vicende legislative e giurisprudenziali degli articoli 293, comma 3, e 309, comma 8, cod. proc. pen., la questione di legittimità costituzionale oggetto del presente giudizio é fondata in riferimento all’articolo 24 della Costituzione.

Se si riflette sulla ratio dell’istituto, il deposito degli atti in cancelleria a disposizione delle parti deve, di regola, comportare necessariamente, insieme al diritto di prenderne visione, la facoltà di estrarne copia. Al contenuto minimo del diritto di difesa, ravvisabile nella conoscenza degli atti depositati mediante la loro visione, deve cioé accompagnarsi automaticamente, salvo che la legge disponga diversamente, la facoltà di estrarne copia, al fine di agevolare le ovvie esigenze del difensore di disporre direttamente e materialmente degli atti per preparare la difesa e utilizzarli nella redazione di richieste, memorie, motivi di impugnazione.

Nel disciplinare la materia, il legislatore ha peraltro ritenuto di dovere indicare espressamente una serie di casi in cui al deposito degli atti si accompagna la facoltà di estrarne copia (cfr. ad esempio, oltre al già menzionato art. 309, comma 8, cod. proc. pen., gli articoli 310, comma 2, 366, comma 1, 419, comma 2, in relazione all’art. 131 disp. att., 430, comma 2, 433, comma 2, 450, comma 6, 457, comma 2, 455, comma 1, lettera g), cod. proc. pen., nonchè gli articoli 93, 139, 140, 161 disp. att.), mentre in altre e meno numerose situazioni, tra cui quella oggetto della presente questione di legittimità costituzionale, viene invece previsto solo il deposito degli atti, con o senza avviso al difensore (v., ad esempio, gli articoli 296, comma 2, 324, comma 6, 408, comma 3, cod. proc. pen.).

La sopra menzionata sentenza delle Sezioni unite della Cassazione si é appunto richiamata al combinato disposto degli articoli 116 cod. proc. pen. e 43 disp. att. per affermare il principio che, in tutti i casi in cui il diritto di estrarre copia non é espressamente riconosciuto dalla legge, il rilascio delle copie é subordinato, a norma dell’art. 116, comma 2, cod. proc. pen., all’autorizzazione dell’autorità giudiziaria che procede, cui spetta valutare se sussistono esigenze processuali tali da prevalere sulla piena esplicazione del diritto di difesa.

Esula peraltro dai confini della specifica questione di legittimità costituzionale dedotta nel presente giudizio prendere in esame la congruità della disciplina apprestata dal legislatore in tutti i casi in cui al deposito degli atti non si accompagna la facoltà del difensore di estrarne copia. La Corte deve limitarsi alla specifica questione di legittimità costituzionale posta nei confronti dell’art. 293, comma 3, cod. proc. pen.: al riguardo, non vi é dubbio che il diritto di difesa risulta ingiustificatamente ostacolato e compresso dal mancato riconoscimento della facoltà del difensore di estrarre copia degli atti depositati insieme all’ordinanza che ha disposto la misura cautelare.

La ratio della modifica introdotta dalla legge n. 332 del 1995 é, infatti, di consentire al difensore pieno accesso agli atti depositati dal pubblico ministero, sul presupposto che, dopo l’esecuzione della misura cautelare, non sussistono ragioni di riservatezza tali da giustificare limitazioni al diritto di difesa; al contrario, dopo l’esecuzione della misura cautelare deve essere consentito il pieno esercizio del diritto di difesa (cfr. in tale senso la sentenza n. 219 del 1994), assicurando al difensore la più ampia e agevole conoscenza degli elementi su cui si é fondata la richiesta del pubblico ministero, al fine di rendere attuabile una adeguata e informata assistenza all’interrogatorio della persona sottoposta alla misura cautelare ex art. 294 cod. proc. pen., nonchè di valutare con piena cognizione di causa quali siano gli strumenti più idonei per tutelare la libertà personale del proprio assistito, dalla richiesta di riesame ovvero di revoca o sostituzione della misura alla proposizione dell’appello.

Se questi sono gli obiettivi perseguiti dal legislatore del 1995 mediante la modifica del testo originario dell’art. 293, comma 3, cod. proc. pen., la mera conoscenza degli atti depositati dal pubblico ministero, non accompagnata dal diritto di estrarne copia, rappresenta una ingiustificata limitazione del diritto di difesa, che nel caso di specie si pone in irrimediabile contrasto con l’art. 24 Cost. La disciplina limitativa non trova infatti ragione nè nell’esigenza di riservatezza, ormai superata dall’esecuzione della misura cautelare, nè nel timore che le operazioni di rilascio delle copie possano interferire con i termini rapidi e vincolanti previsti per l’interrogatorio e, poi, per la presentazione dell’istanza di riesame e per la relativa decisione, essendo evidente che nè il difensore potrà pretendere, nè l’autorità giudiziaria potrà concedere dilazioni di tali termini ove risulti materialmente impossibile procedere alla copia di tutti gli atti richiesti entro le rigide cadenze previste per l’interrogatorio e per l’udienza di riesame.

Rimane così assorbita la censura di legittimità sollevata con riferimento alla violazione dell’art. 3 Cost.

PER QUESTI MOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 293, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede la facoltà per il difensore di estrarre copia, insieme all’ordinanza che ha disposto la misura cautelare, della richiesta del pubblico ministero e degli atti presentati con la stessa.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 17 giugno 1997.

Renato GRANATA: Presidente

Guido NEPPI MODONA: Redattore

Depositata in cancelleria il 24 giugno 1997.

Responsabilità sindacale nelle società di capitali

In questa sentenza della Quinta Sezione Penale appena depositata si esprimono principi di diritto del tutto condivisibili in tema di concorso con gli amministratori nel reato di bancarotta fraudolenta da parte dei membri del collegio sindacale ai sensi dell’art. 40 del codice penale  e 2403 del codice civile (non avere impedito l’evento) cfr. particolare il § 13 della motivazione.

Filippo Poggi

 

O. MAZZA La Corte, la prescrizione e la fallacia del risultato utile

In allegato un lucido e chiarissimo commento alla sentenza della Corte Costituzionale n. 278/2020 che ha dichiarato la legittimità costituzionale della sospensione della prescrizione durante la pandemia.

La critica è serrata e pare di intravedere anche un polemica accademica nei confronti di altri giuristi (Gatta, Giostra, Bartoli etc.) corrivi alle tesi di certa magistratura efficientista.

Una profezia finale: sulla base della sentenza commentata Mazza ritiene che la legge Bonafede sulla sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado sarà cassata dalla Consulta.

Filippo Poggi

 

SENTENZA N. 278

ANNO 2020

Commenti alla decisione di

  1. Gian Luigi Gatta, Emergenza Covide sospensione della prescrizione del reato: la Consulta fa leva sull’art. 159 c.p. per escludere la violazione del principio di irretroattività ribadendo al contempo la natura sostanziale della prescrizione, coperta dalla garanzia dell’art. 25, co. 2 Cost.per g.c. di Sistema Penale
  2. Giuseppe Santalucia, La sospensione della prescrizione dei reati in tempi di pandemia. La Corte costituzionale promuove la legislazione dell’emergenza, per g.c. di Questione Giustizia

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

 composta dai signori:

Presidente: Giancarlo CORAGGIO;

Giudici: Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI, Giovanni AMOROSO, Francesco VIGANÒ, Luca ANTONINI, Stefano PETITTI, Angelo BUSCEMA, Emanuela NAVARRETTA,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 83, comma 4, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 (Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19), convertito, con modificazioni, nella legge 24 aprile 2020, n. 27, e dell’art. 36, comma 1, del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23 (Misure urgenti in materia di accesso al credito e di adempimenti fiscali per le imprese, di poteri speciali nei settori strategici, nonché interventi in materia di salute e lavoro, di proroga di termini amministrativi e processuali), convertito, con modificazioni, nella legge 5 giugno 2020, n. 40, promossi dal Tribunale ordinario di Siena con due ordinanze del 21 maggio 2020, dal Tribunale ordinario di Spoleto con ordinanza del 27 maggio 2020 e dal Tribunale ordinario di Roma con ordinanza del 3 luglio 2020, iscritte, rispettivamente, ai numeri 112113117 e 132 del registro ordinanze 2020 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica numeri 34 e 40, prima serie speciale, dell’anno 2020.

Visti l’atto di costituzione di A. P., nonché gli atti di intervento di N. S., E. S., G. T., C. S. e del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica e nella camera di consiglio del 18 novembre 2020 il Giudice relatore Nicolò Zanon, sostituito per la redazione della decisione dal Giudice Giovanni Amoroso;

uditi gli avvocati Andrea Longo e Massimo Togna per A. P. e l’avvocato dello Stato Massimo Giannuzzi per il Presidente del Consiglio dei ministri;

deliberato nella camera di consiglio del 18 novembre 2020.

Ritenuto in fatto

1.– Con ordinanza del 21 maggio 2020 (r. o. n. 112 del 2020) il Tribunale ordinario di Siena ha sollevato, in riferimento all’art. 25, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 83, comma 4, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 (Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19), convertito, con modificazioni, nella legge 24 aprile 2020, n. 27.

1.1.– Il rimettente riferisce di essere chiamato a celebrare un dibattimento per reati edilizi commessi, secondo la contestazione, tra il 20 aprile 2015 (capo A dell’imputazione) e il 24 aprile 2017 (capo B).

Per i fatti più risalenti – qualificati ex art. 44, comma 1, lettera c), in relazione all’art. 32, comma 3, del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia. (Testo A)» – il giudice a quo individua la decorrenza del termine prescrizionale alla data del 20 aprile 2015, indicando in cinque anni la durata del medesimo termine, con scadenza, quindi, al 20 aprile 2020.

Ciò premesso, il rimettente pone in evidenza come un «differimento urgente delle udienze e una sospensione dei termini» fossero stati disposti, con decorrenza dal 9 marzo 2020 e fino al 22 marzo successivo, mediante il decreto-legge 8 marzo 2020, n. 11 (Misure straordinarie ed urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento dell’attività giudiziaria), poi decaduto per mancata conversione e, comunque, espressamente abrogato ex art. 1, comma 2, della citata legge n. 27 del 2020.

Il rimettente dà atto, inoltre, che gli effetti del provvedimento erano stati prolungati, sempre con decorrenza dal 9 marzo precedente, fino al 15 aprile 2020, per effetto dei commi 1 e 2 dell’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020 e che una dilazione ulteriore era intervenuta con l’art. 36, comma 1, del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23 (Misure urgenti in materia di accesso al credito e di adempimenti fiscali per le imprese, di poteri speciali nei settori strategici, nonché interventi in materia di salute e lavoro, di proroga di termini amministrativi e processuali), convertito, con modificazioni, nella legge 5 giugno 2020, n. 40. La norma stabiliva appunto che il termine previsto ai commi 1 e 2 del citato art. 83 fosse prorogato all’11 maggio 2020.

Con il comma 4 dello stesso art. 83 del d.l. n. 18 del 2020, è stato, poi, disposto che, in corrispondenza della sospensione dei termini sancita dal precedente comma 2, restasse sospesa anche la decorrenza del termine di prescrizione del reato.

1.2.– Premesso il quadro normativo, in punto di rilevanza, il giudice a quo osserva in primo luogo che la norma censurata, al fine di identificare i reati interessati dalla sospensione del termine prescrizionale, richiama i procedimenti indicati al precedente comma 2 (cioè quelli con sospensione dei termini processuali) e non quelli definiti al precedente comma 1 (cioè quelli con udienze a rinvio obbligatorio). Ad avviso del rimettente, tale dato non giustificherebbe la tesi secondo cui la sospensione del termine prescrizionale sarebbe esclusa per i giudizi interessati da rinvii d’udienza, perché se così fosse la sospensione della prescrizione resterebbe inapplicata nella totalità dei procedimenti in cui sia stato disposto un rinvio di udienza, in contrasto con la ratio legis.

Del resto, osserva ancora il rimettente, la disciplina originariamente prevista dal d.l. n. 11 del 2020 ancorava proprio al meccanismo del rinvio di udienza l’operatività della sospensione del corso della prescrizione.

In ragione di siffatti rilievi, il giudice a quo ritiene che la prescrizione del reato contestato al capo A) debba intendersi sospesa in virtù della disposizione censurata, per complessivi sessantatré giorni, dovendosi pertanto, posticipare al 22 giugno 2020 il decorso del termine massimo di prescrizione. Tale effetto sospensivo conseguirebbe al differimento, all’udienza del 14 maggio 2020, di quella originariamente fissata al 7 maggio, disposto con provvedimento del 29 aprile 2020.

In sintesi, il fatto che nel giudizio a quo si fosse registrato un rinvio dell’udienza, originariamente fissata per il 7 maggio 2020, non varrebbe ad escludere l’operatività della sospensione della prescrizione del reato.

Inoltre, il rimettente afferma che nella specie mancherebbero le condizioni per un proscioglimento degli imputati a norma dell’art. 129, comma 2, del codice di procedura penale, e che dunque il giudizio non potrebbe essere definito senza stabilire se il reato più risalente, tra quelli contestati, debba considerarsi estinto nonostante l’intervenuta sospensione ex lege del termine prescrizionale.

1.3.– Il rimettente argomenta, poi, che l’istituto della prescrizione presenterebbe un profilo «statico», pertinente alla disciplina sostanziale del reato, ed uno «dinamico», attinente alla progressione del procedimento penale. Nell’ordinamento italiano, l’istituto avrebbe carattere sostanziale, come stabilito dalla giurisprudenza di legittimità e dalla stessa giurisprudenza costituzionale (ex plurimis, sentenza n. 115 del 2018ordinanza n. 24 del 2017).

La conseguente soggezione della disciplina al principio di legalità (secondo comma dell’art. 25 Cost.), e dunque al divieto di applicazione retroattiva delle variazioni con effetti negativi, si estende, secondo il giudice a quo, anche alle regole concernenti la sospensione e la interruzione del termine prescrizionale (ordinanza n. 24 del 2017).

Pertanto, l’applicazione della norma censurata a reati commessi prima della sua introduzione determinerebbe una violazione del citato parametro costituzionale.

A tale proposito, il giudice a quo, nel dichiarato intento di verificare la possibilità di un’interpretazione adeguatrice, valuta la tesi secondo cui – con l’art. 83, comma 4, del d.l. n. 18 del 2020 – si sarebbe semplicemente fatta un’applicazione della norma (antecedente ai fatti) fissata nel primo comma dell’art. 159 del codice penale, laddove è stabilito che «[i]l corso della prescrizione rimane sospeso in ogni caso in cui la sospensione del procedimento o del processo penale […] è imposta da una particolare disposizione di legge».

Il legislatore però non avrebbe introdotto una norma espressa sulla sospensione della prescrizione, se avesse inteso il differimento generale delle udienze alla stregua di una sospensione dei processi.

In effetti – a parere del rimettente – la tesi confutata istituisce arbitrariamente una coincidenza tra la nozione di sospensione del processo e quella di rinvio dell’udienza, alla quale soltanto si riferisce il comma 1 del citato art. 83 del d.l. n. 18 del 2020. Dovrebbe tenersi conto invece, per un verso, delle differenze lessicali che separano le previsioni a confronto, e per altro verso considerare la sistematica del processo, che contempla ipotesi di rinvio dell’udienza senza sospensione del procedimento, ed ipotesi di sospensione del procedimento senza rinvio dell’udienza.

Né rileva il carattere emergenziale o comunque eccezionale del contesto nel quale la disciplina in questione è stata dettata. Come stabilito anche dalla giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 1146 del 1988 e ordinanza n. 24 del 2017), il principio di legalità è principio supremo dell’ordinamento, come tale insuscettibile di deroghe.

In definitiva, il legislatore avrebbe introdotto una disciplina della prescrizione con effetti sfavorevoli per l’autore del reato, direttamente ed esclusivamente dettata dal comma 4 dell’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020, e strutturalmente destinata ad operare anche con riguardo ai fatti commessi in epoca antecedente al 9 marzo 2020, risultando per questa parte in contrasto con l’art. 25, secondo comma, Cost.

2.– Con distinti atti del 3 agosto 2020 sono intervenuti nel giudizio di costituzionalità N. S., G. T., C. S. ed E. S., chiedendo che l’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020 sia dichiarato costituzionalmente illegittimo.

3.– In data 4 settembre 2020, in applicazione dell’art. 4-ter delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, è stata depositata una opinione scritta a cura dell’associazione “Italiastatodidiritto”, avente sede a Milano, con uno scopo statutario ampiamente descritto, ed essenzialmente incentrato sul contributo degli associati, studiosi di temi giuridici, per l’affermazione e per la tutela dei diritti fondamentali di singoli e gruppi.

Nella veste di amicus curiae, l’associazione sollecita una dichiarazione di illegittimità costituzionale del comma 4 dell’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020, per l’asserito suo contrasto con l’art. 25, secondo comma, Cost.

3.1.– In data 8 settembre 2020, in applicazione dell’art. 4-ter delle Norme integrative, è stata depositata una opinione scritta a cura dell’associazione forense “Unione camere penali italiane” (UCPI), avente sede a Roma, che la Corte costituzionale ha già riconosciuto come ente rappresentativo dell’avvocatura penale italiana (è citata la sentenza di questa Corte n. 180 del 2018).

Nella veste di amicus curiae, l’associazione sollecita una dichiarazione di illegittimità costituzionale del comma 4 dell’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020, per l’asserito suo contrasto con l’art. 25, secondo comma, Cost.

4.– Con atto depositato l’8 settembre 2020, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata.

In particolare, secondo la difesa dello Stato, la norma censurata disciplina la sospensione del termine prescrizionale in corrispondenza di una sospensione dei procedimenti; in ciò consisterebbe l’oggetto sostanziale della disciplina, concernente i termini processuali, stabilita al comma 2 dello stesso art. 83 del d.l. n. 18 del 2020.

Non sarebbe dubbio, quindi, che la sospensione dei termini valga anche per procedimenti relativi a reati commessi prima del provvedimento governativo. E tuttavia ciò non implicherebbe la violazione del divieto di applicazione retroattiva della legge, perché già l’art. 159 cod. pen. (norma certamente preesistente ai fatti) stabilisce la sospensione del termine prescrizionale quando questa sia prevista, come nel caso di specie, da una particolare disposizione di legge.

Il diritto alla previa conoscenza delle conseguenze del proprio agire è soddisfatto dalla consapevolezza che la corsa della prescrizione potrà essere interrotta da evenienze di vario genere (come dimostra il variegato elenco dell’art. 159 cod. pen.), ma non richiede che i consociati abbiano contezza ab initio del se, del come e del quando d’una siffatta eventualità.

5.– In data 27 ottobre 2020, l’Avvocatura generale ha depositato memoria, ribadendo le argomentazioni, contenute nell’atto di intervento, a sostegno della non fondatezza della questione di legittimità costituzionale.

6.– Con ordinanza del 21 maggio 2020 (r. o. n. 113 del 2020) il Tribunale ordinario di Siena ha sollevato, in riferimento all’art. 25, secondo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell’art. 83, comma 4, del d.l. n. 18 del 2020, convertito, con modificazioni, nella legge n. 27 del 2020.

Il rimettente riferisce di essere chiamato a celebrare un dibattimento per reati edilizi che, in esito ad una specifica disamina delle circostanze del caso concreto, lo stesso rimettente considera commessi alla data del 16 maggio 2015, indicando poi in cinque anni la durata del termine prescrizionale, con scadenza, dunque, al 16 maggio 2020.

Ciò premesso, in punto di rilevanza, il rimettente svolge nel merito delle censure argomentazioni identiche a quelle formulate nell’ordinanza rubricata al r. o. n. 112 del 2020, da egli stesso deliberata nel medesimo giorno.

6.1.– Con atto del 3 agosto 2020 sono intervenuti anche nel presente giudizio di costituzionalità N. S., G. T., C. S. ed E. S., chiedendo che l’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020 sia dichiarato costituzionalmente illegittimo.

6.2.– In data 4 settembre 2020, nella qualità di amicus curiae, l’associazione “Italiastatodidiritto”, ha depositato una propria opinione scritta, con lo scopo di sollecitare una dichiarazione di illegittimità costituzionale del comma 4 dell’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020, per l’asserito suo contrasto con l’art. 25, secondo comma, Cost.

Gli argomenti sviluppati nell’atto sono analoghi a quelli già proposti con l’opinione depositata nell’ambito del giudizio r. o. n. 112 del 2020.

7.– Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale, è intervenuto nel giudizio con atto depositato l’8 settembre 2020, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata.

Gli argomenti sviluppati nell’atto di intervento ricalcano quelli proposti con l’analogo atto concernente il giudizio r. o. n. 112 del 2020.

7.1.– Con memoria depositata in data 28 ottobre 2020, l’Avvocatura generale ha ribadito le argomentazioni in punto di infondatezza, sviluppando le stesse considerazioni di quelle contenute nella memoria depositata, in pari data, nel giudizio r. o. n. 112 del 2020.

8.– Con ordinanza del 27 maggio 2020 (r. o. n. 117 del 2020) il Tribunale ordinario di Spoleto ha sollevato, in riferimento all’art. 25, secondo comma, ed all’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 83, comma 4, del d.l. n. 18 del 2020, «come modificato» dall’art. 36 del d.l. n. 23 del 2020.

9.– Il rimettente, in punto di rilevanza, riferisce di procedere nei confronti di persona imputata del delitto di oltraggio a pubblico ufficiale di cui all’art. 341-bis cod. pen., per il quale il termine di prescrizione, tenuto conto degli atti interruttivi, sarebbe maturato il 5 aprile 2020, in assenza della sospensione disposta con la norma censurata che ha, invece, determinato la proroga della scadenza al 7 giugno 2020.

In punto di non manifesta infondatezza, il giudice a quo afferma che il divieto di applicazione retroattiva della norma sostanziale di diritto penale, volto ad assicurare la certezza di libere scelte di azione, si applica anche alla disciplina della prescrizione (sono citate le sentenze di questa Corte n. 115 del 2018n. 324 del 2008 e n. 364 del 1988, nonché l’ordinanza n. 24 del 2017).

Per questa ragione, a parere del giudice a quo, il disposto dell’art. 159 cod. pen., nella parte in cui si riferisce a norme particolari che prevedano la sospensione di termini prescrizionali, dovrebbe essere riferito solo a norme presenti nello stesso codice penale, o comunque introdotte da leggi antecedenti al fatto cui deve applicarsi la disciplina della prescrizione.

Una interpretazione costituzionalmente orientata dovrebbe mirare ad escludere che l’art. 83, comma 4, del d.l. n. 18 del 2020 si applichi a reati commessi prima del provvedimento governativo. Ma si tratterebbe di una interpretazione contro il tenore letterale, dato che, nel definire il campo di applicazione della norma censurata, il legislatore si è riferito a procedimenti pendenti (nel cui ambito i termini processuali sono stati sospesi), e dunque necessariamente concernenti reati antecedenti. Né la disciplina può essere riferita solo a reati commessi dopo il 9 marzo 2020 e prima della data finale di scadenza della sospensione, perché in sostanza si avrebbe una abrogazione tacita della norma, che ha avuto ben altra finalità.

La questione di costituzionalità, d’altra parte, non potrebbe essere risolta attribuendo alla norma una natura processuale, evocando la giurisprudenza sovranazionale in materia di prescrizione (sono citate le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo 22 giugno 2000, Coëme e altri contro Belgio20 settembre 2011, Neftyanaya Kompaniya Yukos contro Russia). La CEDU, osserva ancora il rimettente, definisce standard minimi di tutela, ma certo non azzera o riduce gli spazi maggiori di garanzia accordati ai singoli diritti nelle Carte nazionali.

Irreparabile resterebbe, infine, la lesione del diritto all’oblio, la cui garanzia è stata più volte riconosciuta dalla giurisprudenza costituzionale quale obiettivo della disciplina in materia di prescrizione (sono citate le ordinanze di questa Corte n. 24 del 2017 e n. 143 del 2014).

10.– In data 4 settembre 2020, nella qualità di amicus curiae, l’associazione “Italiastatodidiritto”, ha depositato una propria opinione scritta, con lo scopo di sollecitare una dichiarazione di illegittimità costituzionale del comma 4 dell’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020, per contrasto con l’art. 25, secondo comma, Cost., e con l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione quest’ultimo all’art. 7 CEDU.

Gli argomenti sviluppati nell’atto sono analoghi a quelli già proposti con l’opinione depositata nell’ambito dei giudizi r. o. n. 112 e n. 113 del 2020.

11.– In data 8 settembre 2020, l’associazione forense UCPI, nella qualità di amicus curiae, ha depositato una propria opinione scritta, con lo scopo di sollecitare una dichiarazione di illegittimità costituzionale del comma 4 dell’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020, per contrasto con l’art. 25, secondo comma, Cost., formulando osservazioni analoghe a quelle già proposte con l’opinione depositata nell’ambito del giudizio iscritto al r. o. n. 112 del 2020.

12.– Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale, è intervenuto nel giudizio con atto depositato l’8 settembre 2020, chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente infondate.

Gli argomenti sviluppati nell’atto di intervento ricalcano in parte quelli proposti con l’analogo atto concernente i giudizi iscritti al r. o. n. 112 e n. 113 del 2020.

13.– Con ordinanza del 3 luglio 2020 (r. o. n. 132 del 2020), il Tribunale ordinario di Roma ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 83, comma 4, del d.l. n. 18 del 2020, convertito, con modificazioni, nella legge n. 27 del 2020, e dell’art. 36 del d.l. n. 23 del 2020, convertito, con modificazioni, nella legge n. 40 del 2020, in riferimento all’art. 25, secondo comma, Cost., e all’art. 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 7, comma 1, CEDU ed all’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007. L’art. 36, comma 1, è censurato nella misura in cui proroga all’11 maggio 2020 il termine previsto dall’art. 83, commi 1 e 2.

14.– Il rimettente fornisce una descrizione analitica circa l’andamento del giudizio a quo, concernente un reato di calunnia (art. 368 cod. pen.) e pendente in fase dibattimentale fin dal novembre del 2016, con ripetuti eventi di interruzione e sospensione del corso del termine prescrizionale, ed anche con rinvii d’udienza determinati dalla recente legislazione d’emergenza.

In sintesi, il giudice a quo osserva che nell’assenza della sospensione disposta dalle norme censurate, il reato in contestazione si sarebbe estinto per prescrizione alla data del 22 aprile 2020. Di qui, secondo il rimettente, la rilevanza delle questioni sollevate.

15.– Il Tribunale, dopo l’analitico esame delle norme connesse all’emergenza sanitaria e della loro successione, osserva, in sintesi, come il legislatore abbia voluto per un verso disporre il rinvio di tutti i procedimenti penali oltre un dato termine (termine oggetto di progressive dilazioni e da ultimo fissato all’11 maggio 2020), e per altro verso abbia voluto stabilire la sospensione di tutti i termini processuali, disponendo analoga sospensione riguardo al tempo necessario per la prescrizione dei reati.

È stata, dunque, istituita una «stretta ed automatica correlazione» tra il rinvio e la sospensione di procedimenti e termini processuali, da un lato, e la sospensione della prescrizione, dall’altro. Tale sospensione, d’altronde, sarebbe chiaramente riferita anche a fatti commessi prima della relativa previsione, per ragioni logiche ed anche secondo il disposto dell’art. 159 cod. pen.

Il Tribunale rammenta poi che la prescrizione è istituto del diritto sostanziale (sono citate le sentenze di questa Corte n. 115 del 2018n. 265 del 2017n. 143 del 2014n. 324 del 2008n. 393 del 2006 e n. 275 del 1990, nonché l’ordinanza n. 24 del 2017), come tale soggetto al divieto di applicazione retroattiva della legge sfavorevole, che esprime un principio supremo dell’ordinamento (sentenza n. 1146 del 1988 e ordinanza n. 24 del 2017), presidiato tanto dall’art. 25, secondo comma, che dall’art. 117, primo comma, Cost.

Inoltre, ad avviso del rimettente, la regola di non retroattività concerne non solo la disciplina del tempo necessario a prescrivere, ma anche quella delle interruzioni e delle sospensioni del decorso del relativo termine, in quanto anch’essa concorre a determinare il limite temporale entro il quale è possibile per lo Stato far valere la propria pretesa punitiva.

Di conseguenza, sarebbe preclusa al legislatore la possibilità di introdurre cause di sospensione del termine prescrizionale con effetti valevoli per reati commessi in epoca antecedente. Ciò sia in applicazione del secondo comma dell’art. 25 Cost., sia in ragione dell’art. 7, comma 1, CEDU (per il tramite dell’art. 117, primo comma, Cost.), come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Inoltre, il rimettente richiama la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea in materia di prescrizione dei reati che ledono gli interessi finanziari della stessa Unione (Corte di giustizia dell’Unione europea, grande sezione, sentenza 5 dicembre 2017, in causa C-42/17), che ha riferito i principi sanciti dall’art. 7 CEDU alle tradizioni costituzionali comuni agli Stati dell’Unione, ed ha stabilito che, in base agli artt. 49 e 51, primo paragrafo, CDFUE, tali Stati non possono omettere l’applicazione di norme interne che assicurino le garanzie apprestate da tali norme.

16.– In definitiva la disposizione censurata, introducendo con efficacia retroattiva una disciplina più sfavorevole della sospensione dei termini di prescrizione, contrasterebbe col principio di non retroattività della legge penale e dunque con i parametri indicati.

17.– Con atto depositato in data 8 ottobre 2020, si è costituito in giudizio A. P., imputato nel procedimento principale, il quale ha chiesto dichiararsi l’illegittimità costituzionale delle norme censurate aderendo alle argomentazioni contenute dell’ordinanza di rimessione.

18.– Con atto depositato il 20 ottobre 2020, il Presidente del Consiglio dei ministri è intervenuto in giudizio, per il tramite dell’Avvocatura generale.

In particolare, è richiamato il disposto dell’art. 159 cod. pen., nella parte in cui collega una sospensione dei termini prescrizionali ad «ogni caso in cui la sospensione del procedimento o del processo penale è imposta da una particolare disposizione di legge»: condizione questa che sarebbe integrata in ragione di quanto disposto ai commi 1, 2, 4 e 9 dell’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020.

19.– Con memoria depositata in data 6 novembre ottobre 2020, l’Avvocatura generale ha ribadito la propria richiesta che le questioni sollevate siano dichiarate non fondate.

Considerato in diritto

1.– Con le ordinanze di rimessione indicate in epigrafe (r. o. n. 112, n. 113, n. 117 e n. 132 del 2020), di cui si è detto in narrativa, i Tribunali ordinari di Siena, Spoleto e Roma sollevano tutti questioni di legittimità costituzionale dell’art. 83, comma 4, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 (Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19), convertito, con modificazioni, nella legge 24 aprile 2020, n. 27, nella parte in cui dispone la sospensione del termine di prescrizione, con riferimento ai procedimenti penali indicati nel comma 2 della stessa disposizione, anche per fatti commessi prima del 9 marzo 2020.

1.1.– Le ordinanze iscritte ai n. 117 e n. 132 del 2020 dei Tribunali di Spoleto e di Roma sollevano anche questione di legittimità costituzionale dell’art. 36, comma 1, del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23 (Misure urgenti in materia di accesso al credito e di adempimenti fiscali per le imprese, di poteri speciali nei settori strategici, nonché interventi in materia di salute e lavoro, di proroga di termini amministrativi e processuali), convertito, con modificazioni, nella legge 5 giugno 2020, n. 40, nella parte in cui dispone la proroga all’11 maggio 2020 dei termini posti ai commi 1 e 2 del d.l. n. 18 del 2020.

1.2.– In tutte le ordinanze si prospetta la violazione dell’art. 25, secondo comma, della Costituzione, che vieta la punizione di alcuno in forza di una legge entrata in vigore dopo il fatto commesso e che, secondo i rimettenti, preclude l’applicazione retroattiva delle norme che modificano in senso peggiorativo la disciplina della prescrizione.

1.3.– Le ordinanze n. 117 e n. 132 del 2020 prospettano anche la violazione dell’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, che pone il divieto di applicazione della legge penale a fatti commessi prima dell’introduzione della legge medesima.

1.4.– L’ordinanza n. 132 del 2020, infine, censura le disposizioni impugnate anche in riferimento all’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, la quale vieta di condannare alcuno per un’azione o un’omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o il diritto internazionale, e parimenti vieta di infliggere una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso.

2.‒ Le questioni di legittimità costituzionale, sollevate dai Tribunali rimettenti con le richiamate ordinanze, sono sostanzialmente analoghe sul piano giuridico e si rende, quindi, opportuna la loro trattazione congiunta mediante riunione dei giudizi.

3.‒ Preliminarmente deve essere dichiarata l’inammissibilità degli interventi di N. S., G. T., C. S. ed E. S., spiegati in relazione ai giudizi di legittimità costituzionale originati dalle ordinanze del Tribunale di Siena (n. 112 e n. 113 del 2020), fissati in camera di consiglio.

Ai sensi dell’art. 4, comma 7, delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, come sostituito dall’art. 1 della delibera di questa Corte in sede non giurisdizionale dell’8 gennaio 2020, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 17, serie generale, del 22 gennaio 2020, «[n]ei giudizi in via incidentale possono intervenire i titolari di un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato al rapporto dedotto in giudizio».

Tale disposizione ha recepito la costante giurisprudenza di questa Corte in ordine all’ammissibilità dell’intervento spiegato nei giudizi in via incidentale da soggetti diversi dalle parti del giudizio principale, secondo cui i soggetti che non sono parti del giudizio a quo possono intervenire nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale solo ove siano titolari di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio, e non di un interesse semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma oggetto di censura (ex plurimis, sentenze n. 158 del 2020 con allegata ordinanza letta all’udienza del 10 giugno 2020, n. 119 del 2020n. 30 del 2020 con allegata ordinanza letta all’udienza del 15 gennaio 2020, n. 159 e n. 98 del 2019n. 217n. 180 e n. 77 del 2018n. 70 e n. 33 del 2015).

Pertanto, in linea con questo orientamento, i soggetti del cui intervento trattasi, imputati in altri procedimenti penali, non sono parti dei giudizi principali innanzi al Tribunale di Siena, né sono titolari di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in quel giudizio, ma sono portatori di un interesse semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalle norme oggetto di censura, cioè l’interesse di tutti coloro che rivestono la qualità di imputati in giudizi penali pendenti, a non subire l’incidenza di tali norme sul decorso del termine prescrizionale.

4.‒ Invece, con decreto del Presidente della Corte costituzionale del 12 ottobre 2020, ai sensi dell’art. 4-ter delle Norme integrative, introdotto dall’art. 2 della delibera della Corte in sede non giurisdizionale dell’8 gennaio 2020, sono state ammesse le opinioni scritte dall’Associazione “Italiastatodidiritto” e dall’Associazione forense “Unione camere penali italiane” (UCPI), in qualità di amici curiae, per la loro idoneità ad offrire elementi utili alla conoscenza e alla valutazione del caso sottoposto a questa Corte, anche in ragione della sua complessità.

5.‒ Le ordinanze di rimessione sono state pronunciate nell’ambito di procedimenti penali – aventi ad oggetto imputazioni per reati edilizi (r. o. n. 112 e n.113 del 2020), per il delitto di oltraggio a pubblico ufficiale di cui all’art. 341-bis cod. pen. (r. o. n. 117 del 2020) e per il delitto di calunnia di cui all’art. 368 cod. pen. (r. o. n. 132 del 2020) – pendenti nella fase del dibattimento, nei quali, qualora le disposizioni censurate fossero dichiarate incostituzionali, i giudici rimettenti dovrebbero dichiarare l’estinzione dei reati per essere decorso il termine massimo di prescrizione; laddove, invece, applicando la sospensione di tale termine come previsto dalle disposizioni censurate, non sarebbe maturata la prescrizione dei reati.

Sussiste, quindi, all’evidenza, la rilevanza delle sollevate questioni di legittimità costituzionale, anche se non può non notarsi la eccessiva durata di giudizi che già solo in primo grado, ancora in corso, hanno quasi esaurito il tempo massimo di prescrizione dei reati (che, nel massimo, al netto delle sospensioni, è di cinque anni per le contravvenzioni edilizie e di sette anni e mezzo per i delitti di oltraggio a pubblico ufficiale e di calunnia), sì da far dipendere la risposta di giustizia nel merito delle accuse da una sospensione della prescrizione di soli sessantaquattro giorni (dal 9 marzo all’11 maggio 2020), quale quella oggetto delle censure di legittimità costituzionale.

5.1.– Tutte le ordinanze di rimessione sono sorrette da ampia motivazione in ordine alla ritenuta non manifesta infondatezza dei dubbi di legittimità costituzionale, sicché le sollevate questioni sono certamente ammissibili.

6.‒ Appare necessario richiamare brevemente il contesto normativo connesso all’emergenza epidemiologica da COVID-19 in tema di svolgimento dell’attività giudiziaria, nel cui ambito si collocano le disposizioni censurate.

Il primo intervento emergenziale concernente l’attività giurisdizionale posto in essere dal Governo per rispondere alle esigenze scaturite dall’epidemia esplosa sul territorio nazionale si è avuto con il decreto-legge 2 marzo 2020, n. 9 (Misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19), il quale, all’art. 10, ha interessato esclusivamente i procedimenti civili e penali pendenti presso gli uffici giudiziari dei circondari dei tribunali cui appartenevano i Comuni indicati all’allegato 1 al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 1° marzo 2020 (Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19).

Con tale provvedimento, con efficacia limitata ai territori ivi indicati, non solo si era prevista la sospensione dei termini e il rinvio delle udienze, ma si era altresì stabilito che, a partire dal 3 marzo 2020, il corso della prescrizione fosse sospeso per il tempo in cui il processo fosse rinviato o i termini procedurali fossero sospesi e comunque fino al 31 marzo 2020 (art. 10, comma 10, del citato decreto-legge). Tale iniziale ipotesi di sospensione del decorso della prescrizione non è investita da alcuna delle ordinanze di rimessione.

A distanza di pochi giorni, il Governo è intervenuto nuovamente d’urgenza con il decreto-legge 8 marzo del 2020, n. 11 (Misure straordinarie ed urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento dell’attività giudiziaria), per disciplinare il rinvio delle udienze e la sospensione dei termini nei procedimenti civili, penali, tributari e militari, questa volta con efficacia generalizzata sull’intero territorio nazionale.

In particolare, all’art. 1, comma 1, si prevedeva che a decorrere dal giorno successivo alla data di entrata in vigore del decreto medesimo (9 marzo 2020) e sino al 22 marzo 2020, le udienze dei procedimenti civili e penali pendenti presso tutti gli uffici giudiziari fossero rinviate d’ufficio a data successiva al 22 marzo 2020. Erano fatti salvi alcuni procedimenti, di particolare delicatezza e urgenza, indicati all’art. 2, comma 2, lettera g), del medesimo decreto-legge.

Contestualmente, al comma 2 dello stesso art. 1, si stabiliva anche la sospensione dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei detti procedimenti, fatti salvi quelli già richiamati. Era previsto, altresì, che ove il decorso avesse avuto inizio durante il periodo di sospensione, l’inizio stesso sarebbe stato differito alla fine di detto periodo di sospensione.

Per il periodo successivo (23 marzo-31 maggio), ai capi degli uffici giudiziari era stato attribuito il potere di autorizzare provvedimenti di dilazione degli adempimenti processuali in base alle esigenze del territorio e in considerazione della situazione epidemica. Non si trattava, però, di una discrezionalità illimitata, in quanto il comma 4 dell’art. 2 del d.l. n. 11 del 2020 stabiliva che una serie di termini processuali, tra cui anche quelli di durata della custodia cautelare, e comunque, il termine di prescrizione restassero sospesi anche per questi giudizi, fatte sempre salve le eccezioni già indicate, ma solo fino al 31 maggio 2020, sempreché ne fosse stato disposto il rinvio.

A distanza di nove giorni, il Governo è nuovamente intervenuto con il d.l. n. 18 del 2020 e, prima ancora che maturassero i termini di decadenza dei dd.ll. n. 9 e n. 11 del 2020 per mancata conversione, detti provvedimenti sono stati abrogati, con salvezza degli effetti, dall’art. 1, comma 2, della legge 24 aprile 2020, n. 27 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, recante misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19. Proroga dei termini per l’adozione di decreti legislativi).

L’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020 ha dettato una più mirata ed articolata disciplina volta a provocare la stasi delle attività processuali nell’ambito della giurisdizione ordinaria, compresa quella penale. Con tale norma, per quanto attiene ai processi penali, si è disposto in via generale e obbligatoria, salvo le eccezioni concernenti alcune tipologie urgenti di procedimento, il rinvio di ufficio delle udienze a data successiva al 15 aprile 2020 e la sospensione dei «termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili e penali» dal 9 marzo al 15 aprile 2020, senza possibilità di intervento da parte dei capi degli uffici giudiziari (art. 83, commi 1 e 2).

In relazione a tali fattispecie si è anche disposta la sospensione dei termini di prescrizione, oltre che dei termini di durata massima delle misure cautelari personali. Ciò è stato previsto dalla disposizione di cui all’art. 83, comma 4, del d.l. citato, norma su cui si appuntano le censure dei rimettenti.

Si è, poi, sostanzialmente confermato il potere dei capi degli uffici giudiziari – già previsto dal d.l. n. 11 del 2020 – di adottare non solo misure organizzative volte a contenere l’afflusso del pubblico, ma anche provvedimenti di carattere generale, tra i quali, ai fini che qui interessano, assumono rilievo quelli volti a prevedere la possibilità di disporre il rinvio delle udienze penali a data successiva al 30 giugno, salvo che per i procedimenti segnati da particolare urgenza espressamente indicati al comma 3 della disposizione in questione (art. 83, comma 7, lettera g).

Anche con riferimento a tali discrezionali casi di rinvio delle udienze penali, si è prevista la sospensione dei termini di prescrizione del reato e di durata delle misure cautelari, ma fino al 30 giugno, e ciò indipendentemente dal differimento dell’udienza ad una data successiva (art. 83, comma 9).

Infine, è intervenuto l’art. 36 del d.l. n. 23 del 2020, con il quale il Governo ha stabilito che il termine del 15 aprile 2020, previsto dai commi 1 e 2 dell’art. 83 del d. l. n. 18 del 2020, era prorogato all’11 maggio 2020, così modificando la portata del comma 4 della stessa disposizione.

Pertanto, per effetto della proroga disposta dall’art. 36 del d.l. n. 23 del 2020 (disposizione censurata dalle ordinanze n. 117 e n. 132 del 2020), la sospensione dei termini prescrizionali, allo stato, opera dal 9 marzo 2020 all’11 maggio 2020.

È in questa disciplina emergenziale che si colloca la norma censurata (art. 83, comma 4, del d.l. n. 18 del 2020), recante un’ipotesi speciale di sospensione del termine di prescrizione dei reati; norma la quale prevede che «[n]ei procedimenti penali in cui opera la sospensione dei termini ai sensi del comma 2 sono altresì sospesi, per lo stesso periodo, il corso della prescrizione e i termini di cui agli articoli 303 e 308 del codice di procedura penale».

7.– Giova, poi, premettere che in generale la concreta determinazione della durata del tempo di prescrizione dei reati appartiene alla discrezionalità del legislatore censurabile solo in caso di manifesta irragionevolezza o sproporzione rispetto alla gravità del reato (sentenza di questa Corte n. 143 del 2014).

Nell’esercizio di tale discrezionalità il legislatore opera un bilanciamento tra valori di rango costituzionale.

Da una parte, c’è l’esigenza che – mediante l’esercizio obbligatorio dell’azione penale ad opera del pubblico ministero (art. 112 Cost.) – i comportamenti in violazione della legge penale siano perseguiti perché il rispetto di quest’ultima appartiene ai fondamentali del comune vivere civile, mentre la sua violazione crea, in misura direttamente proporzionale alla gravità del fatto, allarme sociale e mina la fiducia dei cittadini. Nello stesso verso, inoltre, rileva la tutela delle vittime dei reati: la persona offesa ha anch’essa diritto, quando costituita parte civile, all’accertamento del reato per ottenere il risarcimento del danno per la lesione subita.

A fronte di queste esigenze vi è, dall’altra parte, l’interesse dell’imputato ad andare esente da responsabilità penale per effetto del decorso del tempo; interesse che il legislatore ordinario riconosce e tutela con la disciplina della prescrizione e che si traduce nel diritto dell’imputato ad ottenere dal giudice penale – una volta decorso il termine di prescrizione del reato – il riconoscimento, con sentenza di proscioglimento, dell’estinzione del reato (art. 157, primo comma, cod. pen.), sempre che dagli atti del procedimento o del processo non risulti evidente che non ha commesso il fatto addebitatogli ovvero che questo non costituisca reato o non sia previsto dalla legge come reato (art. 129 del codice di procedura penale) e sempre che egli non rinunci alla prescrizione chiedendo un accertamento di non colpevolezza (art. 157, settimo comma, cod. pen.). Analogamente e alle stesse condizioni sarà possibile, all’esito del procedimento penale, il decreto di archiviazione per estinzione del reato ascritto all’indagato.

La ratio della rilevanza di questa garanzia per l’indagato o l’imputato si collega preminentemente all’«interesse generale di non più perseguire i reati rispetto ai quali il lungo tempo decorso dopo la loro commissione abbia fatto venir meno, o notevolmente attenuato (…) l’allarme della coscienza comune» (sentenza n. 393 del 2006; in precedenza, sentenza n. 202 del 1971ordinanza n. 337 del 1999). Si è fatto anche riferimento, talora, al “diritto all’oblio” (sentenze n. 115 del 2018n. 24 del 2017n. 45 del 2015n.143 del 2014 e n. 23 del 2013).

Vi è, in sostanza, un «affievolimento progressivo dell’interesse della comunità alla punizione del comportamento penalmente illecito, valutato, quanto ai tempi necessari, dal legislatore, secondo scelte di politica criminale legate alla gravità dei reati» (sentenza n. 23 del 2013), sebbene il decorso del tempo non valga di per sé a stendere un velo di piena immunità sul fatto-reato.

Anche dopo la sentenza di proscioglimento per essere il reato estinto per prescrizione, il giudice civile potrà accertare, stante il diverso regime della prescrizione in materia civile, che un reato è stato commesso da chi è chiamato a risarcire i danni non patrimoniali (art. 2059 del codice civile in riferimento all’art. 185 cod. pen.). Come anche lo stesso giudice penale, che abbia dichiarato il proscioglimento in ragione dell’estinzione del reato per prescrizione, può non di meno doversi pronunciare sulla sussistenza, o no, del reato ai fini (non della punibilità dell’imputato, ma) solo risarcitori in favore della persona offesa, costituita parte civile, allorché l’estinzione del reato sia dichiarata dal giudice d’appello o dalla Corte di cassazione quando nei confronti dell’imputato è stata già pronunciata condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato (art. 578 cod. proc. pen.). Inoltre, l’estinzione del reato per prescrizione non esclude che il giudice debba applicare una misura di sicurezza come la confisca, quale in particolare quella prevista dagli artt. 240-bis e 322-ter cod. pen. in riferimento all’art. 578-bis cod. proc. pen.

8.– Ciò premesso, le questioni sollevate in riferimento al principio di legalità di cui all’art. 25, secondo comma, Cost., non sono fondate.

9.– Occorre procedere innanzi tutto a richiamare e circoscrivere la portata di tale principio con riguardo all’istituto della prescrizione dei reati.

Deve ribadirsi a tal proposito – come questa Corte ha più volte affermato – che la determinazione della durata del tempo, il cui decorso estingue il reato per prescrizione (art. 157, primo comma, cod. pen.), ricade nell’area di applicazione del principio di legalità posto dall’art. 25, secondo comma, Cost., a mente del quale «[n]essuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso».

È la legge del tempus commissi delicti che non solo definisce la condotta penalmente rilevante e ad essa riconduce la pena, quale quella detentiva o pecuniaria (art. 17 cod. pen.), ma anche fissa il tempo oltre il quale la sanzione non potrà essere applicata per essere il reato estinto per prescrizione (art. 157 cod. pen.), tempo che può essere anche illimitato allorché per delitti gravissimi (puniti con la pena dell’ergastolo) sia la legge stessa a prevedere che la prescrizione non estingue i reati (art. 157, ultimo comma, cod. pen.).

Questa proiezione diacronica della punibilità integra la fattispecie penale nel senso che non solo l’autore del fatto deve essere posto in grado di conoscere ex ante qual è la condotta penalmente sanzionata (ossia la fattispecie di reato) e quali saranno le conseguenze della sua azione in termini di sanzioni applicabili (ossia la pena), ma deve egli avere anche previa consapevolezza della disciplina concernente la dimensione temporale in cui sarà possibile l’accertamento nel processo, con carattere di definitività, della sua responsabilità penale (ossia la durata del tempo di prescrizione del reato), anche se ciò non comporta la precisa predeterminazione del dies ad quem in cui maturerà la prescrizione.

Il principio di legalità richiede che la persona accusata di un reato abbia, al momento della commissione del fatto, contezza della linea di orizzonte temporale – tracciata dalla durata, per così dire “tabellare”, prevista in generale dall’art. 157 cod. pen., ma talora fissata con norme speciali in riferimento a particolari reati (ad esempio, in caso di delitti in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto) – entro la quale sussisterà, in ogni caso, la punibilità della condotta contestata. Le norme che definiscono tale dimensione temporale devono essere vigenti al momento in cui la condotta, penalmente rilevante come reato, è posta in essere. Anche se per reati gravissimi (quelli puniti con l’ergastolo) il legislatore – come già ricordato – prevede la loro punibilità senza limiti di tempo, il principio di legalità è parimenti rispettato nella misura in cui tale imprescrittibilità risulta posta da una disposizione di legge in vigore al momento della commissione del fatto, vuoi in modo espresso (come nel vigente art. 157, ultimo comma, cod. pen.), vuoi in termini impliciti, come era nell’art. 157 cod. pen. nella sua originaria formulazione, per il fatto di prendere in considerazione solo le pene temporanee e tale non era l’ergastolo (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 24 settembre 2015-12 maggio 2016, n. 19756).

Anche recentemente si è affermato che la prescrizione, nel nostro ordinamento giuridico, costituisce un istituto di natura sostanziale «che incide sulla punibilità della persona, riconnettendo al decorso del tempo l’effetto di impedire l’applicazione della pena», sicché «rientra nell’alveo costituzionale del principio di legalità penale sostanziale enunciato dall’art. 25, secondo comma, Cost. con formula di particolare ampiezza» (sentenza n. 115 del 2018 e, negli stessi termini, sentenze n. 324 del 2008n. 393 del 2006 e ordinanza n. 24 del 2017).

In definitiva, la prescrizione, pur determinando, sul versante processuale, l’arresto della procedibilità dell’azione penale, si configura come causa di estinzione del reato sul piano più specificamente sostanziale.

10.– La dimensione diacronica della punibilità, quindi, concerne innanzi tutto la definizione “tabellare” del tempo di prescrizione dei reati, che coglie il profilo strettamente sostanziale. Ma non l’esaurisce perché essa, poi, si colloca nel processo e può risentire indirettamente delle vicende e di singoli atti di quest’ultimo nella misura in cui – sotto il profilo processuale, appunto – sono previste e disciplinate, in particolare, l’interruzione e la sospensione del decorso del tempo di prescrizione dei reati alle condizioni e nei limiti di legge (artt. 159 e 160 cod. pen.); sicché non è mai prevedibile ex ante l’esatto termine finale in cui si compie e opera la prescrizione, termine che può essere raggiunto in un arco temporale variabile e dipendente da fattori plurimi e in concreto non predeterminabili.

Al riguardo, questa Corte ha osservato che la prescrizione costituisce, nel vigente ordinamento, un istituto di natura sostanziale «pur potendo assumere una valenza anche processuale» (sentenza n. 265 del 2017) e «[s]ebbene possa proiettarsi anche sul piano processuale – concorrendo, in specie, a realizzare la garanzia della ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.)» (sentenza n. 143 del 2014).

La garanzia del principio di legalità (art. 25, secondo comma, Cost.) nel suo complesso (tale perciò da coprire anche le implicazioni sostanziali delle norme processuali) dà corpo e contenuto a un diritto fondamentale della persona accusata di aver commesso un reato, diritto che – avendo come contenuto il rispetto del principio di legalità – da una parte, non è comprimibile non entrando in bilanciamento con altri diritti in ipotesi antagonisti; si tratta, infatti, di una garanzia della persona contro i possibili arbìtri del legislatore, la quale rappresenta un «valore assoluto, non suscettibile di bilanciamento con altri valori costituzionali» (sentenze n. 32 del 2020n. 236 del 2011 e n. 394 del 2006).

Dall’altra parte, tale garanzia, espressa dal principio di legalità di cui all’art. 25, secondo comma, Cost., appartiene al nucleo essenziale dei diritti di libertà che concorrono a definire la identità costituzionale dell’ordinamento giuridico nazionale, quale riconosciuta dall’ordinamento dell’Unione europea, segnatamente nella clausola generale di cui all’art. 4, paragrafo 2, del Trattato sull’Unione Europea (TUE), così come firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007 ed entrato in vigore il 1° dicembre 2009 (ordinanza n. 24 del 2017). Nello statuto delle garanzie di difesa dell’imputato, il principio di legalità di cui all’art. 25, secondo comma, Cost., esteso fino a comprendere anche la determinazione della durata del tempo di prescrizione dei reati, ha un ruolo centrale, affiancandosi al principio di non colpevolezza dell’imputato fino alla condanna definitiva (art. 27, secondo comma, Cost.) e a quello della ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.). Da ultimo, esso si proietta finanche sull’esecuzione della pena quanto al regime delle misure alternative della detenzione (sentenza n. 32 del 2020).

11.– Il rispetto del principio di legalità comporta innanzi tutto che – come la condotta penalmente sanzionata deve essere definita dalla legge con sufficiente precisione e determinatezza, talché sarebbe costituzionalmente illegittima la previsione di un reato in termini sostanzialmente indefiniti e generici (come, da ultimo, la fattispecie oggetto della sentenza n. 25 del 2019) – parimenti la fissazione della durata del tempo di prescrizione deve essere sufficientemente determinata. Tale non è – sul versante sostanziale della garanzia – la cosiddetta «regola Taricco» di derivazione dalla giurisprudenza della Corte di giustizia, la quale – ampliando la misura “tabellare” del tempo di prescrizione di alcuni reati fiscali in materia di tributi armonizzati – non ha ingresso nel nostro ordinamento, neppure ex nunc, stante il difetto di determinatezza del presupposto che condiziona la maggiore estensione temporale della prescrizione (sentenza n. 115 del 2018).

Inoltre il rispetto del principio di legalità implica la non retroattività della norma di legge che, fissando la durata del tempo di prescrizione dei reati, ne allunghi il decorso ampliando in peius la perseguibilità del fatto commesso. Il principio di irretroattività della norma penale sfavorevole, infatti, «si pone come essenziale strumento di garanzia del cittadino contro gli arbìtri del legislatore, espressivo dell’esigenza della “calcolabilità” delle conseguenze giuridico-penali della propria condotta, quale condizione necessaria per la libera autodeterminazione individuale» (sentenze n. 236 del 2011 e n. 394 del 2006).

Simmetricamente la norma che invece riduca la durata del tempo di prescrizione costituisce disposizione penale più favorevole ai sensi dell’art. 2 cod. pen., applicabile in melius anche ai fatti già commessi in precedenza (quindi retroattivamente) nei limiti di operatività della lex mitior, quali riconosciuti dalla giurisprudenza di questa Corte (sentenza n. 393 del 2006). Il principio di retroattività della norma penale più favorevole rinviene il proprio fondamento non già nell’art. 25 Cost., ma nel principio di uguaglianza (art. 3 Cost.), essendo quindi «suscettibile di limitazioni e deroghe» che, tuttavia, «devono giustificarsi in relazione alla necessità di preservare interessi contrapposti di analogo rilievo» (ex plurimis, sentenze n. 215 del 2008 e n. 394 del 2006; da ultimo, sentenza n. 63 del 2019) e possono trovare fondamento e limite anche nel condizionamento ad attività processuali (sentenza n. 238 del 2020).

12.– Il rispetto del principio di legalità coinvolge anche la disciplina della decorrenza, della sospensione e dell’interruzione della prescrizione stessa perché essa, nelle sue varie articolazioni, concorre – come già rilevato – a determinare la durata del tempo il cui decorso estingue il reato per prescrizione.

Si tratta di vicende processuali che incidono sulla complessiva durata del tempo di prescrizione dei reati.

L’interruzione del termine prescrizionale – che dipende dall’adozione di determinati provvedimenti, tassativamente indicati – ne comporta l’azzeramento del computo con la ripresa ex novo del relativo corso (art. 160 cod. pen.). Sicché è impossibile, per l’imputato, prevedere ex ante quante volte il termine sarà azzerato, ma c’è la garanzia del limite di durata massima della prescrizione, pur interrotta nel suo decorso, anche se per reati di particolare allarme sociale (quali quelli di criminalità organizzata), ove anche soggetti a prescrizione, il regime dell’interruzione del decorso di quest’ultima non ha un limite di durata massima (art. 161, secondo comma, cod. pen.).

Parimenti non sarà prevedibile ex ante per l’imputato quante volte il decorso del termine di prescrizione sarà sospeso (art. 159 cod. pen.), senza peraltro che sussista alcun limite massimo di durata del termine prescrizionale, fatta salva l’ipotesi della sospensione del processo per assenza dell’imputato (art. 159, primo comma, numero 3-bis, cod. pen., in relazione all’art. 420-quater cod. proc. pen.).

Anche le regole del processo possono avere un’incidenza sulla disciplina della prescrizione.

Basti ricordare che – ancora sul versante processuale – è comunemente accettata e da tempo applicata, la regola di derivazione giurisprudenziale (a partire da Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 22 novembre-21 dicembre 2000, n. 32; in seguito, in termini anche più ampi, Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 17 dicembre 2015-25 marzo 2016, n. 12602), che ferma il decorso della prescrizione al momento della sentenza di merito, pur non ancora definitiva, ove impugnata con ricorso per cassazione dichiarato inammissibile. Si ritiene infatti che il ricorso inammissibile sia inidoneo ad aprire una utile fase processuale ai fini del perfezionarsi della causa estintiva.

13.– In questo contesto l’art. 159, primo comma, cod. pen., come sostituito dall’art. 6, comma 3, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), ha una funzione di cerniera perché contiene, da una parte, una causa generale di sospensione – secondo cui «[i]l corso della prescrizione rimane sospeso in ogni caso in cui la sospensione del procedimento o del processo penale […] è imposta da una particolare disposizione di legge» – e dall’altra, una catalogazione di altri “casi” particolari.

Anche prima della novella del 2005, questa dicotomia era già nell’originaria formulazione della disposizione nel codice del 1930 che parimenti affiancava una previsione generale, negli stessi termini, ai casi particolari, all’epoca limitati all’ipotesi dell’autorizzazione a procedere e alla questione deferita ad altro giudizio.

Tale previsione – connotata da piena continuità normativa tra la formulazione del 1930 e quella del 2005 – rispetta il principio di legalità di cui all’art. 25, secondo comma, Cost., avendo un contenuto sufficientemente preciso e determinato, aperto all’integrazione di altre più specifiche disposizioni di legge, le quali devono comunque rispettare – come si dirà infra al punto 14 – il principio della ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.) e quello di ragionevolezza e proporzionalità (art. 3, primo comma, Cost.).

Essa afferma che la stasi ex lege del procedimento o del processo penale determina anche, in simmetria e di norma, una parentesi nel decorso del tempo di prescrizione dei reati. Pur non potendo escludersi che vi siano, in particolare, cause di sospensione del processo che non comportano la sospensione anche del termine prescrizionale, si ha in generale che, se il processo ha una stasi, le conseguenze investono tutte le parti: la pubblica accusa, la persona offesa costituita parte civile e l’imputato. Come l’azione penale e la pretesa risarcitoria hanno un temporaneo arresto, così anche, per preservare l’equilibrio della tutela dei valori in gioco, è sospeso il termine di prescrizione del reato per l’indagato o l’imputato.

Ciò è coerente con il richiamato bilanciamento (sopra al punto 7), che è al fondo della fissazione del termine di durata del tempo di prescrizione dei reati; bilanciamento che rischierebbe di essere alterato se «una particolare disposizione di legge», che preveda la sospensione del procedimento o del processo penale, in ipotesi, per la ragione imperiosa di una sopravvenuta calamità (quale, nell’attualità, la pandemia da COVID-19, ma similmente in precedenza eventi tellurici, disastri idrogeologici e altri), debba sempre – come ritengono i giudici rimettenti a fondamento delle loro censure di illegittimità costituzionale – lasciar scorrere il tempo di prescrizione dei reati già commessi prima della disposizione censurata e invece arrestarne il decorso solo per i reati commessi dopo, così decurtandone soltanto per questi ultimi la durata, incongruamente quanto inutilmente per essere la prescrizione appena iniziata a decorrere.

Si ha, invece, che al momento della commissione del fatto il suo autore sa ex ante che, se il procedimento o il processo saranno sospesi in ragione dell’applicazione di una disposizione di legge che ciò preveda, lo sarà anche il decorso del termine di prescrizione (art. 25, secondo comma, Cost.). Rimangono in ogni caso, da una parte, la garanzia della riserva alla legge della previsione delle ipotesi di sospensione del procedimento o del processo (ex art. 111, primo comma, Cost.), dall’altra parte, quanto alla ricaduta sul decorso del tempo di prescrizione dei reati, la garanzia della loro applicabilità per l’avvenire a partire dall’entrata in vigore della norma che tale sospensione preveda (art. 11 delle Disposizioni sulla legge in generale); ossia una nuova causa di sospensione – riconducibile alla causa generale di cui all’art. 159, primo comma, cod. pen. e quindi applicabile anche a condotte pregresse – non può decorrere da una data antecedente alla legge che la prevede. Ciò, naturalmente, in aggiunta alla garanzia della predeterminazione della durata “tabellare” della prescrizione (art. 157 cod. pen.), di cui si è detto sopra al punto 9.

Comunque, queste ipotesi di sospensione del processo – come questa Corte ha già avuto modo di rilevare (sentenza n. 24 del 2014) – «automaticamente coinvolgono […] la disciplina di diritto sostanziale della prescrizione del reato». La consapevolezza di tale automatismo nell’autore della condotta penalmente rilevante è sufficiente ad assicurare il rispetto del principio di legalità (art. 25, secondo comma, Cost.), integrato, nella fattispecie, dal principio secondo cui la legge non dispone che per l’avvenire (art. 11 delle Disposizioni sulla legge in generale) e dalla garanzia che, in applicazione stretta di questo principio, non è possibile che l’incidenza indiretta sul tempo di prescrizione abbia una proiezione retroattiva.

14.– Nè può temersi che, nella sostanza, al di là del rispetto formale del principio di legalità, pur così integrato, il rinvio aperto a ogni «particolare disposizione di legge», che preveda la sospensione del procedimento o del processo penale, possa costituire una falla, nel senso di una possibile illimitata dilatazione del tempo complessivo di prescrizione del reato in ragione dell’applicazione di ogni disposizione che preveda la sospensione del procedimento o del processo penale. Infatti, il rispetto del principio di legalità – nella misura in cui è predeterminata la regola che vuole che alla sospensione del procedimento o del processo penale in forza di una «particolare disposizione di legge» si associ anche la sospensione del decorso del tempo di prescrizione del reato – non esclude, ma anzi si coniuga – come già rilevato – alla possibile verifica di conformità sia al canone della ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.), sia al principio di ragionevolezza e proporzionalità (art. 3, primo comma, Cost.), a confronto dei quali sarà sempre possibile il sindacato di legittimità costituzionale della stessa sospensione dei procedimenti e dei processi penali, nonché, più specificamente, della conseguente sospensione del termine di prescrizione.

Nella fattispecie in esame, del resto, non vengono sollevati dubbi di legittimità costituzionale da parte dei giudici rimettenti sotto questo profilo, ma non può non osservarsi, da una parte, che la breve durata della sospensione del decorso della prescrizione è pienamente compatibile con il canone della ragionevole durata del processo e, dall’altra parte, che, sul piano della ragionevolezza e proporzionalità, la misura è giustificata dalla finalità di tutela del bene della salute collettiva (art. 32, primo comma, Cost.) per contenere il rischio di contagio da COVID-19 in un eccezionale momento di emergenza sanitaria.

Con ciò si deve anche escludere il rischio di abuso del potere legislativo.

Il necessario collegamento con la sospensione del processo fa sì che, ove esso manchi, diversa risulta essere la fattispecie di sospensione del decorso della prescrizione, la quale non sarebbe riconducibile alla causa generale dell’art. 159, primo comma, cod. pen. Tale è quella prevista dall’art. 1, comma 15, della legge 23 giugno 2017, n. 103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario), applicabile pertanto solo ai reati commessi a partire dalla data di entrata in vigore della norma stessa.

Rimane, infine, nella discrezionalità del legislatore prevedere eventualmente, in riferimento a specifiche fattispecie, l’ulteriore garanzia di un limite massimo di durata dell’arresto temporaneo del decorso della prescrizione, come nell’ipotesi di sospensione del processo per assenza dell’imputato (art. 159, ultimo comma, cod. pen.).

15.– Una volta precisata la portata del principio di legalità (nel suo duplice aspetto sostanziale e processuale) e la causa generale di sospensione del corso della prescrizione, di cui all’art. 159, primo comma, cod. pen., occorre ora passare a verificare, sul piano interpretativo, se il censurato comma 4 dell’art. 83 del d.l. n. 18 del 2020, letto complessivamente nel contesto degli altri commi, preveda, o no, una sospensione dei procedimenti penali riconducibile a tale causa generale.

In tal senso è già la giurisprudenza di legittimità che ha ripetutamente ricondotto la sospensione della prescrizione, prevista dalla disposizione censurata, alla fattispecie generale di cui all’art. 159, primo comma, cod. pen., ritenendo di conseguenza manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale qui in esame (Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 14 luglio-7 settembre 2020, n. 25222; sezione terza penale, sentenza 23 luglio-9 settembre 2020, n. 25433; sezione quinta penale, sentenza 13 luglio-2 novembre 2020, n. 30434; sentenza 13 luglio-2 novembre 2020, n. 30437; anche sezione terza penale, sentenza 2 luglio-17 luglio 2020, n. 21367, che è pervenuta ad analoga conclusione seppur sulla base di un diverso percorso argomentativo).

Questa giurisprudenza – che va assumendo la forma del diritto vivente – ha collegato la sospensione dei termini stabiliti dal comma 2 dell’art. 83 citato per il periodo 9 marzo-11 maggio 2020 (cosiddetta “prima fase” delle misure stabilite per fronteggiare l’emergenza epidemiologica) – sospensione, quest’ultima, che riguarda la generalità dei termini per compimento di qualsiasi atto, sicché sono sospesi «i termini stabiliti per la fase delle indagini preliminari, per l’adozione di provvedimenti giudiziari e per il deposito della loro motivazione, per la proposizione degli atti introduttivi del giudizio e dei procedimenti esecutivi, per le impugnazioni e, in genere, tutti i termini procedurali» – al rinvio d’ufficio, per il medesimo arco temporale, delle udienze dei procedimenti penali pendenti presso tutti gli uffici giudiziari stabilito dal comma 1 del medesimo art. 83 e ne ha tratto una considerazione unitaria delle due discipline: sospensione dei termini e rinvio del processo sono, di regola, inscindibilmente collegati.

Si è affermato che «l’esame dell’effetto combinato delle discipline dettate dai commi 1 e 2 dell’art. 83 cit. mette in luce come esse diano corpo a un caso di sospensione del procedimento o del processo: il rinvio d’ufficio di tutte le udienze e la sospensione di tutti i termini (con le eccezioni stabilite dal comma 3) convergono nell’attribuire alla situazione processuale determinata dalle previsioni di cui ai commi 1 e 2 dell’art. 83 cit. i connotati della sospensione del procedimento o del processo a norma del primo comma dell’art. 159 cod. pen.» (Cass., n. 25222 del 2020).

In sostanza – come del resto si ritiene anche nelle ordinanze di rimessione del Tribunale di Siena – il combinato disposto dei commi 1 e 2 dell’art. 83 contempla l’integrale sospensione dell’attività giurisdizionale nel periodo emergenziale, prevedendo non solo il rinvio delle udienze (comma 1), ma anche la sospensione dei termini processuali di qualsiasi natura (comma 2).

Peraltro questa interpretazione della giurisprudenza di legittimità, che riconduce tale sospensione alla previsione generale dell’art. 159, primo comma, cod. pen., è in linea di continuità con altri casi di sospensione dei processi – rilevanti anche ai fini della sospensione del corso della prescrizione – collegati a situazioni di emergenza derivate, ad esempio, da eventi sismici. Si tratta di ipotesi che presentano – come già detto – una ratio affine a quella della disciplina censurata, chiamata a fronteggiare la pandemia da COVID-19. È il caso, ad esempio, del decreto-legge 28 aprile 2009, n. 39 (Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009 e ulteriori interventi urgenti di protezione civile), convertito, con modificazioni, in legge 24 giugno 2009, n. 77, il cui art. 5 prevedeva una sospensione dei processi penali, nonché, espressamente, la sospensione, per la stessa durata, del corso della prescrizione: la giurisprudenza di legittimità ne ha più volte fatto applicazione con riferimento a condotte, penalmente rilevanti, poste in essere prima del d.l. n. 39 del 2009 (ex multis, Corte di cassazione, sezione terza penale, sentenza 13 dicembre 2012-7 febbraio 2013, n. 5982).

Parimenti è stato ritenuto – senza che insorgesse alcun dubbio in ordine al rispetto del principio di legalità – che la sospensione della prescrizione come conseguenza della sospensione dei processi riguardasse i reati già commessi in precedenza in ulteriori fattispecie, quali quelle in materia di condono edilizio e di condono fiscale e in occasione della riforma del cosiddetto patteggiamento allargato.

Con riferimento ad un’ipotesi di condono edilizio, la giurisprudenza, prendendo in esame la sospensione della prescrizione, conseguente alla sospensione del processo, intervenuta successivamente alla commissione del fatto, l’ha ritenuta pienamente operante senza rilevare possibili aspetti di incostituzionalità, proprio perché espressiva del principio generale di cui all’art. 159, primo comma, cod. pen., per cui la prescrizione non decorre fin tanto che non viene meno l’impedimento all’esercizio dell’azione penale (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 3 dicembre 1996-13 febbraio 1997, n. 1283).

Occorre comunque che sia una «particolare disposizione di legge» a stabilire i presupposti della fattispecie, sicché «nella individuazione dei casi in cui la sospensione del procedimento è rilevante ai fini della prescrizione, rimane tuttora valida l’esigenza che le valutazioni del giudice siano vincolate a criteri predeterminati» (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 28 novembre 2001-11 gennaio 2002, n. 1021).

E si è precisato che non basta la previsione ex lege della sospensione del decorso della prescrizione, perché «[è] richiesto, piuttosto, che il legislatore abbia previsto, unitamente a quella, la sospensione del procedimento o del processo» (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 21 giugno-7 settembre 2018, n. 40150).

In altri termini la sospensione del processo, cui va ricollegata quella della prescrizione, è prevista da una norma che imponga una “stasi” del giudizio basata su elementi certi ed oggettivi.

16.– La riconducibilità della fattispecie in esame alla disciplina di cui all’art. 159, primo comma, cod. pen., esclude, quindi, che si sia in presenza di un intervento legislativo, recato dalla norma censurata, in contrasto con il principio di irretroattività della norma penale sostanziale sfavorevole sancito dall’art. 25, secondo comma, Cost.

Né argomento contrario può desumersi dall’espressa previsione, contenuta nella disposizione censurata, della sospensione del decorso del termine di prescrizione dei reati, la quale, nella ricostruzione fatta dalla giurisprudenza di legittimità, potrebbe apparire ridondante in quanto la sospensione stessa discenderebbe direttamente dalla norma generale contenuta nell’art. 159, primo comma, cod. pen. In realtà la previsione del comma 4 del censurato art. 83, secondo cui è sospeso anche il corso della prescrizione in ragione della sospensione del procedimento o del processo penale, non è inutile perché fissa, in modo espresso e quindi in termini maggiormente chiari, compatibili con il rispetto del principio di eguaglianza, la collocazione della disposizione nell’alveo della causa generale di sospensione contenuta nell’art. 159, primo comma, cod. pen., secondo una tecnica legislativa non nuova. Una fattispecie analoga si rinviene, con riferimento ad altra situazione emergenziale che ha imposto la stasi dei processi penali, nell’art. 49, commi 6 e 9, del decreto-legge 17 ottobre 2016, n. 189 (Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dal sisma del 24 agosto 2016), convertito, con modificazioni, nella legge 15 dicembre 2016, n. 229.

Sotto questo profilo, il principio di legalità è rispettato perché la sospensione del corso della prescrizione di cui alla disposizione censurata, essendo riconducibile alla fattispecie della «particolare disposizione di legge» di cui al primo comma dell’art. 159 cod. pen., può dirsi essere anteriore alle condotte contestate agli imputati nei giudizi a quibus. La regola, secondo cui quando il procedimento o il processo penale è sospeso in applicazione di una particolare disposizione di legge lo è anche il corso della prescrizione, è certamente anteriore alle condotte penalmente rilevanti proprio perché contenuta nel codice penale del 1930 e ribadita dalla richiamata novella del 2005.

17.– La regola “tempus regit actum” diventa di stretta applicazione allorché concerne la prescrizione, nel senso che gli atti e le vicende processuali non potrebbero aver mai una proiezione retroattiva quanto all’incidenza indiretta sul tempo di prescrizione dei reati; profilo questo che viene in rilievo anche nel presente giudizio quanto al periodo iniziale della sospensione dei processi penali dal 9 marzo al 17 marzo 2020.

È vero che l’art. 83, commi 1 e 2, del d.l. n. 18 del 2020, entrato in vigore il 17 marzo 2020, ha previsto la sospensione dei processi e dei procedimenti penali fin dal 9 marzo e quindi (apparentemente) in modo retroattivo quanto al periodo dal 9 al 17 marzo; retroattività che non potrebbe parimenti riflettersi sulla sospensione del termine di prescrizione dei reati, in generale prevista dal censurato comma 4 della medesima disposizione.

In realtà, però, così non è perché il rinvio ex lege (e quindi la sospensione temporanea) dei procedimenti e dei processi penali nel (breve) periodo precedente il 17 marzo 2020 e la simmetrica sospensione del termine di prescrizione trovano il loro fondamento normativo nell’art. 1 del d.l. n. 11 del 2020, entrato in vigore il 9 marzo 2020, il quale sì non è stato convertito in legge, e anzi prima ancora è stato abrogato dall’art. 1 della legge n. 27 del 2020, ma la stessa disposizione ne ha fatti salvi gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sulla base del medesimo, unitamente a quelli oggetto del precedente d.l. n. 9 del 2020. Vi è pertanto continuità normativa tra la disposizione (fin quando vigente) del d.l. n. 11 del 2020, che all’art. 1, comma 3, richiama l’art. 10 del d.l. n. 9 del 2020 (e quindi anche il suo comma 13 sulla sospensione del corso della prescrizione), e quella di salvezza della legge n. 27 del 2020, sicché il periodo di rinvio (id est sospensione) di procedimenti e processi penali dal 9 al 17 marzo trova il suo fondamento in una norma vigente già alla data iniziale di questo intervallo temporale.

Non c’è stata pertanto alcuna sospensione retroattiva del corso della prescrizione come conseguenza della sospensione di procedimenti e processi penali, bensì ha trovato piena applicazione il principio secondo cui la legge (nella specie, di contenuto processuale) dispone per l’avvenire (art. 11 delle Disposizioni sulla legge in generale) e pertanto legittima è la ricaduta sulla prescrizione in termini di sospensione della sua durata, prevista dall’art. 1 del d.l. n. 11 del 2020, in combinato disposto con l’art. 10, comma 13, del d.l. n. 9 del 2020, in piena sintonia con l’art. 159, primo comma, cod. pen.

18.– In conclusione, le questioni, poste con riferimento al parametro interno dell’art. 25, secondo comma, Cost., sono tutte non fondate.

19.– Invece, le questioni poste in riferimento ai parametri europei sono inammissibili.

Il Tribunale di Spoleto ha evocato – come parametro interposto in riferimento all’art. 117, primo comma, Cost. – l’art. 7 CEDU che al comma 1 prevede che «[n]essuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale.

Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso».

In proposito, questa Corte (sentenza n. 230 del 2012) ha ricordato che «l’art. 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali […] – secondo l’interpretazione datane dalla Corte europea dei diritti dell’uomo – da un lato, sancisce implicitamente anche il principio di retroattività dei trattamenti penali più favorevoli e, dall’altro, ingloba nel concetto di “legalità” in materia penale non solo il diritto di produzione legislativa, ma anche quello di derivazione giurisprudenziale».

Si ha però che il Tribunale rimettente – pur ricordando la tesi della natura processuale dell’istituto della prescrizione fatta propria dalla Corte di Strasburgo (sentenza 22 giugno 2000, Coëme e altri contro Belgiosentenza 20 settembre 2011, Neftyanaya Kompaniya Yukos contro Russia) e quindi un orientamento giurisprudenziale che predica una garanzia di portata meno estesa di quella ritenuta da questa Corte, la quale, come si è visto, ha invece affermato la natura sostanziale dell’istituto – non indica benché minimamente in che termini il parametro convenzionale offrirebbe, comunque, una protezione del principio di legalità maggiore di quella dell’art. 25, secondo comma, Cost.

Anzi la predicata natura processuale della prescrizione riduce il perimetro della non retroattività della norma penale rispetto alla ricostruzione dell’istituto, quale presente nella giurisprudenza di questa Corte, che – come già sopra ricordato – ne afferma invece la natura sostanziale.

Con riferimento proprio al principio di legalità in materia penale (art. 25, secondo comma, Cost.) questa Corte ha affermato che «gli stessi principi o analoghe previsioni si rinveng[o]no nella Costituzione e nella CEDU, così determinandosi una concorrenza di tutele, che però possono non essere perfettamente simmetriche e sovrapponibili; vi può essere uno scarto di tutele, rilevante soprattutto laddove la giurisprudenza della Corte EDU riconosca, in determinate fattispecie, una tutela più ampia» (sentenza n. 25 del 2019). Quindi in questa ipotesi di “concorrenza di tutele” si ha che l’invocato parametro convenzionale (art. 7 CEDU) ben può offrire talora, in riferimento a determinate fattispecie, una tutela più ampia del parametro nazionale (art. 25, secondo comma, Cost.). Ed è quanto accaduto allorché la questione, ritenuta inizialmente non fondata in riferimento a quest’ultimo (sentenza n. 282 del 2010), è poi risultata invece fondata in riferimento al parametro interposto (sentenza n. 25 del 2019).

Ma il Tribunale di Spoleto nulla argomenta in proposito e anzi mostra di essere consapevole che, con riferimento all’istituto della prescrizione, è il parametro nazionale ad avere un ambito di applicazione più ampio di quello convenzionale.

20.– Analoga e ulteriore ragione di inammissibilità sussiste con riferimento all’ordinanza del Tribunale di Roma, che invoca come parametro interposto non solo l’art. 7 CEDU, ma anche l’art. 49, comma 1, CDFUE, che sancisce una garanzia ricalcata sul principio di legalità. Prevede infatti che «[n]essuno può essere condannato per un’azione o un’omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o il diritto internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso. Se, successivamente alla commissione del reato, la legge prevede l’applicazione di una pena più lieve, occorre applicare quest’ultima».

Alla stessa carenza motivazionale in ordine al parametro convenzionale, riscontrabile nell’ordinanza di rimessione, si aggiunge anche l’assoluta mancanza di motivazione in ordine alla riferibilità a una materia rientrante nell’ambito di attuazione del diritto dell’Unione europea. La giurisprudenza di questa Corte è costante nell’affermare che la CDFUE può essere invocata, quale parametro interposto in un giudizio di legittimità costituzionale, soltanto quando la fattispecie oggetto di legislazione interna sia disciplinata dal diritto europeo (ex plurimis, da ultimo, sentenza n. 254 del 2020). Il Tribunale – pur richiamando la sentenza pronunciata dalla Corte di giustizia (Grande sezione, sentenza 5 dicembre 2017, in causa C-42/17, M. A. S. e M. B.), che riguarda appunto la materia europea nella misura in cui concerne il reato di omesso versamento di tributi armonizzati – nulla argomenta in proposito, risultando invece che esso è chiamato a pronunciarsi in ordine al contestato reato di calunnia; il quale, all’evidenza, non ricade nell’ambito di attuazione del diritto dell’Unione europea.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

1) dichiara inammissibili gli interventi di N. S., G. T., C. S. ed E. S., nei giudizi aventi ad oggetto le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale ordinario di Siena con le ordinanze indicate in epigrafe;

2) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 83, comma 4, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 (Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19), convertito, con modificazioni, nella legge 24 aprile 2020, n. 27, sollevate, in riferimento all’art. 25, secondo comma, della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Siena con le ordinanze indicate in epigrafe;

3) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 83, comma 4, del d.l. n. 18 del 2020, convertito in legge, e dell’art. 36, comma 1, del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23 (Misure urgenti in materia di accesso al credito e di adempimenti fiscali per le imprese, di poteri speciali nei settori strategici, nonché interventi in materia di salute e lavoro, di proroga di termini amministrativi e processuali), convertito, con modificazioni, nella legge 5 giugno 2020, n. 40, sollevate, in riferimento all’art. 25, secondo comma, Cost., dai Tribunali ordinari di Roma e di Spoleto con le ordinanze indicate in epigrafe;

4) dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 83, comma 4, del d.l. n. 18 del 2020, come convertito, e dell’art. 36, comma 1, del d.l. n. 23 del 2020, come convertito, sollevata – in riferimento all’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 7 Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 – dal Tribunale ordinario di Spoleto con l’ordinanza indicata in epigrafe;

5) dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 83, comma 4, del d.l. n. 18 del 2020, come convertito, e dell’art. 36, comma 1, del d.l. n. 23 del 2020, come convertito, sollevata – in riferimento all’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 7 CEDU, e all’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007 – dal Tribunale ordinario di Roma con l’ordinanza indicata in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 novembre 2020.

F.to:

Giancarlo CORAGGIO, Presidente

Giovanni AMOROSO, Redattore

Roberto MILANA, Direttore della Cancelleria

Depositata in Cancelleria il 23 dicembre 2020.